#RomaFF12 – The only living boy in New York, di Marc Webb

The best lack all conviction, while the worst are full of passionate intensity, come Jeff Bridges ama ripetere lungo il film, lo diceva Yeats e anche Lou Reed al Bottom Line (il film si riferisce al monologo che apre la Sweet Jane contenuta in Take No Prisoners, album – per inciso, meraviglioso – registrato appunto dal vivo nel club di New York nel 1978). Resta allora da capire a quali delle due categorie appartenga Marc Webb, il quale accantonata definitivamente l’avventura blockbuster dei due, non proprio riuscitissimi, Amazing Spider-man, sembra tornato senza troppo dispiacere nei territori dell’indie occhialuto da cui aveva preso le mosse grazie al successo di (500) giorni insieme.

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In questi giorni Webb è nelle sale in Italia infatti con il suo penultimo Gifted, mentre già dall’incipit “romanzesco” disegnato di questo film presentato all’Auditorium è chiaro il tentativo evidente di rifrequentare i toni proprio del cult con Zooey Deschanel, ovvero l’attitudine post- che mentre intesse il proprio racconto, al contempo svela i meccanismi narrativi dello stesso, e la selva di riferimenti a cui s’appoggia. Per farlo tira in ballo un espediente caro e abusato proprio da quell’ambiente letterario newyorkese in cui la vicenda s’intesse, ovvero quello dello scrittore testimone dei fatti che modifica il corso degli eventi mentre sta scrivendo la stessa storia che noi viviamo con lui.

E insomma, questo dolente coming of age tra innamoramenti, disillusioni, depressioni e fugaci istanti di furore nella Manhattan intellettuale del mondo dell’editoria e degli artisti si trasforma in poco più di una lista – altro vezzo abituale di Webb – di citazioni buone come punch lines nelle discussioni colte (“buona questa, è tua?”), romanzi da recuperare o canzoni di cui appuntarsi il titolo per andarsele a ricercare. Ci basta come passionate intensity? Agli interpreti (oltre a Bridges che al solito non vede l’ora di un ruolo del genere, ci sono Kate Beckinsale, Cynthia Nixon e Pierce Brosnan, tutti un po’ a disagio) sembrerebbe di sì, e alle librerie buie, i parchi, i mini-appartamenti del Lower East Side, i negozi di vinili, i localetti e i ristoranti di New York forse pure.
Ma quello che manca qui è alla fine proprio il film, smozzicato tra il triangolo morboso padre-figlio-amante-di-entrambi, e la telefonatissima rivelazione finale, stancamente traghettato da Webb attraverso trucchetti narrativi molto meno acuti di quanto la latente supponenza dello script sia convinta d’aver piazzato.
Peccato soprattutto per la 24enne Kiersey Clemons, l’unica reale sorpresa nel film nel ruolo di Mimi, la fiamma del protagonista Callum Turner, che puntualmente ruba la scena al resto della giostra: Webb dimostra qui inequivocabilmente la reale attitudine del suo cinema, con buona pace del suo status tra i cinefili alternativi – The only living boy in New York ha la stessa autenticità annacquata dell’esperimento simile del Faenza in trasferta di qualche anno fa, Un giorno questo dolore ti sarà utile.

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