#RomaFF12 – Valley of Shadows, di Jonas Matzow Gulbrandsen

Il film veicola l’Impressionismo di Turner, il fuoricampo di Shyamalan e una letteratura a metà fra i Grimm e le fonti mitologiche scandinave, in una linea temporale straordinaria

La Valle delle ombre di Gulbrandsen è anzitutto un teatro di posa. Un’azione dispiegata alla luce, ma tanto rarefatta, persa nei fumi boschivi alla Bava, che spesso ci si sente perduti in una struttura fittizia. E la finzione, come i riferimenti a tutto un apparato narrativo, nello specifico orale, e a stati pre-romantici, inonda un’opera dagli strati inconsunti, dove la fiaba (anche di avventura), l’horror, il giallo e la percentuale thrilling si riuniscono in un cerchio sempre spezzato, un quadro sempre pronto a ricevere nuove pennellate. Aslak è incuriosito dall’uccisione di alcune pecore del paese. Crede che dietro quella cruenza ci sia un lupo mannaro. Intanto, si scopre la morte del fratello, probabilmente per overdose, e la madre sprofonda tracinandosi dietro la salute della casa e del figlio rimasto. Dopo la fuga del cane nella foresta, e la crescente attrazione per quel luogo da cui, forse, proviene il killer, Aslak decide di entrarci.

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Le ombre della valle non risiedono interamente fra gli alberi. Sono ammassi oscuri che, non solo nella veste di doppi, nutrono gli spazi, senza però inghiottirli, perché questi vivono, proprio come Aslak. Gulbrandsen mira al parziale, inquadrature che spezzano figure; una lente sfocata, specialmente ai lati, come lo spioncino, che vede solo in parte, siano essi persone, oggetti o, come dicevamo, i luoghi stessi. Quest’ultimi, trattengono ilvalley-of-shadows-2017-norwegian-horror-film-deep-foreboding-forest proprio contenuto, lasciano sulla via dell’accesso, o dell’uscita, in una dimensione di mezzo dove Aslak si sente al sicuro, protetto da ombre tanto risalenti all’antico quanto alla scomparsa del fratello. Un mistero che si fa sublime perché mai dissolto, potente in quel fascino disturbante del cataclisma, così amato dalle atmosfere (pre)romantiche. E il ricorso ad un’immagine geleta, bloccata nell’estetizzazione, serve solo ad acuire la grandezza di una Natura che se da un lato accoglie la vita umana, dall’altro la respinge, la lascia fuori, perché il contenitore non sarà mai capace di comprendere. La figura del fratello, vero oggetto della ricerca, molto più del cane, si incarna nella moltitudine di ombre che affollano lo sguardo (e lo fa dove quelle viaggiano indisturbate). Non è un fantasma, un personaggio dai tratti gotici che determina le riapparizioni, e neppure una sagoma evanescente, senza interno, e infestante, ma un abitante legittimo del luogo che forse al momento della morte, finalmente, tende la mano.

Coadiuvato da una colonna sonora degna di un kolossal, il regista/sceneggiatore sottolinea i “debiti” del racconto. Dicevamo che una spiegazione delle circostanze è impossibile, o meglio, si tratterebbe di interpretazioni, come questa, ma le influenze del valleyregista/sceneggiatore mettono in ballo una linea temporale straordinaria. Un tempo che, in qualsiasi direzione decidiamo scorra, non dimentica mai quanto ha ospitato. Il lupo mannaro che insiste nell’inquadratura vive e vivrà ancora finché la traccia degli antichi popoli norreni non sarà cancellata, e non saremo noi a farlo. Il Fenrir dalla personalità ambigua, mangiatore di bambini, pericolo per Aslak, al tempo stesso lo attrae, e non solo per il fascino dell’ignoto. Forse chiunque che non senta di essere il primo sulla Terra, sforzandosi, e non poco, sentirà un legame, non per forza indotto culturalmente, con qualcosa di pregresso, quantomai svanito. Ma pure il viaggio sul fiume, la barca che conduce il defunto a destinazione, una pratica vichinga ripresa nella mitologia di Tolkien, cui il regista sembra strizzare l’occhio nel campo lungo del protagonista ad un passo dalla foresta (parte della Compagnia dell’anello alle soglie di Fangorn).

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Valley of Shadows veicola l’Impressionismo di Turner, il fuoricampo di Shyamalan e una letteratura a metà fra i Grimm e le fonti mitologiche scandinave. Un’opera non proprio facile, vista la lentezza, la ripetizione e la fissità. Eppure, in quello stare sempre un po’ distante da Aslak, tranne qualche concessione, già intuiamo che non si tratta di una sola storia, ma di mille mondi che si intrecciano, tutti equamente validi, ma irrimediabilmente potenti.

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