#RomaFF12 – Who we are now, di Matthew Newton

Who we are now, di Matthew Newton, nonostante un ottimo potenziale narrativo e stilistico, adotta una formula perbenista e se non distrugge, spezza un personaggio interessante.

Rimestare nel nostro bagaglio ci pone innanzi a due scelte: sguazzarci o proseguire traendone insegnamento. Sembra semplicistico, ma se proviamo ad eliminare la potenza immaginativa, con la quale potremmo riplasmarlo, occupandoci addirittura del presente/futuro, saremmo già in una dimensione solitaria, dove nessuno prende o ha davvero preso parte ai nostri giochi. Sbirciando malvolentieri la biografia di Matthew Newton, cosa insolita ma impulsiva dopo una visione che con tutti i limiti resta intensa, diradare certi dubbi circa scelte narrative e stilistiche è stato più facile. Il regista/sceneggiatore australiano ha subito un ricovero per disturbo bipolare, cui sono seguiti episodi di violenza domestica e abusi; ha lasciato la natia Australia e si è risistemato nella Grande Mela. Who we are now ne sancisce il ritorno più o meno definitivo, vocabolo che usiamo in occasione di quello che è un prodotto cumulativo/speculativo di vissuti a dir poco sanguinolenti.

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Beth, Julianne Nicholson, ha scontato dieci anni per omicidio colposo. Uscita da un anno, tenta di ottenere l’affidamento congiunto del figlio, cresciuto dalla sorella e dal di lei marito. Questi, dopo uno scatto d’ira di Beth, abortiscono qualsiasi speranza di una divisione equa e le propongono addirittura visite di una volta la mese. Nel frattempo viene coinvolta una giovane praticante, Emma Roberts, decisa a vendicare una vecchia cliente disgraziata. Newton è Beth, Beth è Newton, dato quasi certo. I cambiamenti d’umore, le reazioni alle attitudini, il letame simil letterale cui è assoggettata vengono filtrati da un senso di colpa comprensibile e necessario per riimmettersi nella società perbene. E infatti non manca la strizzata d’occhio ai metodi schiavisti del tribunale USA, ma in fondo sappiamo quanto conti il pregresso e la strenua difesa di esso nel paese di Trump. Quindi, una protagonista contenuta, che infine resta vittima di catene più robuste della sua volontà. Si va per distrazioni, l’uomo tenebroso alias Zachary Quinto, ma neppure troppe perché è evidente per Newton un bisogno di schemi, e meglio se quadrangolari. L’irruenza, anche quella più devastante, va imbrigliata, ma solo per rispondere alla Legge? Dalle espressioni iniziali di Beth, da quella sofferenza riempitiva, accecante, ci saremmo aspettati una notte di tenebra. Forse il regista ha sfruttato il cinema per allietare lo psicanalista. Di motivazioni circa il comportamento della donna ce ne sarebbero molte, magari una meno valida dell’altra, tuttavia, a fine film, resta quasi un’oscillazione, come se l’ago della bussola non avesse mai avuto l’audacia di fermarsi. Ciononostante, si potrebbe arguire che anche questo è un punto di vista, naturalmente.

Lo stile è il pedinamento, I Dardenne ma con la tematica sociale arricchita dai violini, gli incontri giusti, uno sbagliato perché deve esserci e l’epilogo “fa’ la cosa giusta”. Emma Roberts, nei panni della versione alto-borghese della zia in Erin Brockovich, ne segue le orme accettando a tempo pieno un lavoro d’avvocato d’ufficio, perché, di nuovo, è la cosa giusta. Un film dal potenziale apocalittico, che avrebbe potuto cerchiare le falle dell’Istituzione, quelle del sociale incurante del reietto e, addirittura meglio, indagare i disturbi di una personalità reclusa, anche all’aria aperta. Ma qualcosa abbiamo visto e  aspettiamo solo che che Newton sciolga i nodi giusti.

 

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