#RomaFF13 – An Elephant Sitting Still, di Hu Bo

In un circo di Manzhouli, cittadina della Manciuria, c’è un elefante che sta sempre seduto. Non mangia, non beve, non si alza. Un elefante che tutti vogliono andare a guardare. Compresi i personaggi che abitano questa straordinaria opera prima. Come lo studente Bu. Ha litigato con un compagno di classe lanciandolo accidentalmente per le scale e cerca i soldi per partire e andare proprio a Manzhouli. Anche Cheng, il fratello malvivente del ragazzo ferito da Bu, vorrebbe andarci. Ama una donna senza essere corrisposto e ha appena perso un amico che ha tradito andando a letto con la compagna. Ling è una compagna di classe di Bu, che ha un rapporto conflittuale con la madre e una relazione clandestina con il vicepreside. Fugge anche lei. E poi c’è l’anziano Wang, che vede l’ospizio ad attenderlo e vuol provare a fare un ultimo viaggio con la nipotina.

Le traiettorie si intersecano e procedono lente, ineluttabili nell’arco di una giornata, che inizia con il tragico presagio di un giovane che si toglie la vita. Dal mattino alla notte. Quattro ore di durata. Quattro protagonisti. Lunghi piani sequenza. Dolori e desolazioni in fuori campo costruiscono un tessuto esistenziale che diventa estetico, percettivo, spirituale. L’alienazione dei personaggi e degli spazi urbani ti entra nelle ossa, come una perturbazione climatica. Si fugge da un mondo immobile, pesante, insensibile a tutto ciò che lo circonda, proprio come l’elefante del titolo, ma non è detto che altrove sia diverso. “Ti conviene restare qui perché fuori è tutto uguale” dice il vecchio al giovane. La sofferenza è permanente, onnipresente. E l’unica alternativa possibile per il pessimismo di An Elephant Sitting Still è quella di “andare a dare un’occhiata”. Mettersi in viaggio verso un’ultima fermata, forse una meta vuota, uno spiazzo in cui ascoltare un barrito assordante, definitivo.

Scrive e dirige il cinese Hu Bo, che si è suicidato a 29 anni il 12 ottobre 2017, subito dopo aver terminato da solo anche il montaggio. An Elephant Sitting Still è così destinato a rimanere il suo primo e ultimo lungometraggio, anche se dentro ce ne sono almeno cinque o sei di film. È infatti un’opera incommensurabile per le dimensioni, per la perizia tecnica, per la disperazione generazionale. Ci sono echi del primo Jia Zhangke, quello di Unknown Pleasures in modo particolare, forse anche di Bèla Tarr e di altri cineasti ancora, ma con una densità narrativa e “filosofica” decisamente sorprendenti. Hu Bo prima di realizzare An Elephant Sitting Still aveva del resto firmato anche alcuni romanzi, a riprova di una maturità poetica già ampiamente definita. 

Certo non è facile rapportarsi a un testo di questo tipo, senza tenere conto di tutti gli elementi extrafilmici che lo compongono, eppure raramente, nell’universo audiovisivo, abbiamo assistito a una rappresentazione personale e figurativa del dolore così voluminosa e disperatamente consapevole. Il film di Hu Bo, il destino di Hu Bo, il gesto artistico di Hu Bo si mangiano in un colpo solo  qualsiasi oncia di manierismo cinematografico e di narcisismo autoriale del XXI secolo. An Elephant Sitting Still non è solo il disperato poema d’addio di un talento impressionante che non ce l’ha fatta, ma è la materia di cui la critica cinematografica, gli aspiranti registi e il mondo che sa ascoltare e vedere avevano bisogno per credere ancora nella forza dell’espressione e per conservare quel poco di verità che ci è ancora concessa. Ci vorranno anni per riprenderci da questo film. Anzi, probabilmente… non ce lo dimenticheremo più.