#RomaFF13 – Ether, di Krzysztof Zanussi

Il cinema di Zanussi, con i suoi alti e i suoi bassi, ha mostrato, comunque lo si voglia giudicare, una certa continuità che definisce la sua poetica. Figlio di una generazione che ha vissuto i disagi della dittatura, Krzysztof Zanussi è un autore che comunque ha saputo allargare il proprio sguardo ricercando il confine tra l’etica e la scienza (La struttura del cristallo) ovvero la scienza come taumaturgica possibilità per superare il male (Illuminazione). Siamo qui agli albori del cinema del regista polacco, ma i due film citati sintetizzano molto bene il suo percorso futuro. La riflessione di Zanussi corre sul filo di una biografia personale che lo vede studente di fisica, ma laureato in filosofia e da questa solo apparente dicotomia sembra prendere, in modo naturale, avvio il suo cinema.

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Ether, in concorso alla 13^ edizione del Festival di Roma, costituisce quindi un ulteriore tessera di questo percorso e Zanussi sembra tornare dopo le prove non brillantissime di Persona non grata e Sole nero, a quel cinema che gli è più congeniale, in cui i temi prendono respiro e il dubbio appare materia sulla quale riflettere e nel quale, infine, anche il soffio di una metafisica appena accennata contribuisce a rendere il mistero di una ricerca che è umana, ma come sappiamo anche diabolica.
Zanussi affronta il mito di Faust e, negli anni immediatamente precedenti alla prima guerra mondiale, un dottore immagina di potere controllare le persone con l’uso dell’etere, ma questa sua presunta onnipotenza che si alimenta attraverso la scienza, lo condurrà al compromesso con le forze oscure che sembrano dominare i destini del mondo.
Ether è a suo modo un’opera potente, di una potenza sotterranea che sembra dovere tacere, tanto da avere la necessità di costruire una specie di doppio finale nel quale si espliciterà quella storia segreta, invisibile e determinante che sembra riaprire i termini del racconto e spostare il fulcro da un materiale realismo ad una malefica metafisica in pieno clima faustiano.
Al centro della riflessione del regista polacco c’è l’inesistente etica medica del protagonista ateo e gelido, che finalizza il proprio sapere al controllo dell’altrui volontà. Zanussi ambienta questa sua storia nell’Europa centrale, la dove il miscuglio delle culture e delle influenze politiche diventa il nodo cruciale che favorisce l’attecchire dei primi sussulti che avrebbero condotto alle dittature degli anni ’20 e ’30 dello scorso secolo. In quello stesso tempo in cui l’elaborazione scientifica ha scoperto la simbiosi stretta e pericolosa con l’aberrante politica che si sarebbe saldata nell’immaginare e nel praticare le pulizie etniche che ancora restano ferite non completamente guarite nel vecchio Continente.
Il dramma del dottore, personaggio senza nome, è quello di doversi consegnare ad un sapere maledetto, ad un oscuro futuro e come ha affermato lo stesso regista in una intervista a seguito di questo film, citando Einstein, La scienza è andata indubbiamente molto lontano, ma chi non vede il mistero è cieco. È proprio a questa impenetrabile ipotesi che il film di Zanussi prova a dare forma sviluppandone il senso attraverso un racconto silente che sembra occupare, con il suo andamento carsico, lo spazio e il tempo senza concludere e stringere sul tema. Nello stesso senso l’anodina consistenza dei personaggi sembra sottolineare l’intento morale che Zanussi conduce con pazienza e rigore e la disciplina che impone la vita militare diventa il contraltare di una coscienza sregolata e immorale. Il potere e il controllo delle volontà ci arriva questa volta dalla Polonia, terra in cui i sentimenti legati ad una metafisica dell’esistenza costituiscono una radice culturale tradizionale e nonostante questo il film spinge su un realismo evidente, ma il suo intento, non così segreto, è quello di toccare le corde di sentimenti sopiti e sospinti altrove. Lavoro difficile e complicato quello di Zanussi che segna il film nella sua originaria essenza. È in questa prospettiva che forse Ether sembra collocarsi in un tempo lontano, così silenzioso nella sua voce e così etereo nella sua consistenza.
Il racconto, privo di alcuna vera solarità luminosa, se non nelle immagini iniziali la dove si ufficializza l’immorale ricerca scientifica del dottore, riflette la sua natura meditativa nei tratti dilatati della narrazione che potrebbe fare smarrire il senso finale verso il quale si dirige la tensione drammaturgica. Ma Zanussi ha un controllo completo sul suo racconto e sa imprimere alla scena il respiro di un cinema di ricerca che conserva un fascino non comune perfino nei momenti in cui la tensione si abbassa e il ritmo sembra rallentare, Il suo protagonista, guardato nella purezza dello scienziato senza scrupoli che utilizza l’ignoranza e la paura, si palesa come il frutto inaccettabile di un superomismo sempre frainteso, di una volontà pronta a varcare i limiti, senza etica e senza rimorsi. Il profilo demoniaco del personaggio lo accomuna ad altri che nel tempo hanno reincarnato, con alterne fortune, il mito faustiano e ricorda l’altro medico, creato dal poeta gallese Dylan Thomas che non esitava, in nome della scienza, a disseppellire i cadaveri.
Demoniaco e potere, manipolazione attraverso la scienza, nell’epoca in cui la tecnologia sopravanza ogni volontà nel dominio degli algoritmi e nei tempi in cui la questione della vita sembra dovere diventare affare da laboratorio, Zanussi, senza farci la morale, ci mette in guardia e ci fa osservare da lontano quel mistero necessario che solo una pericolosa scienza senza regole può affrontare.