#RomaFF13 – Friday’s child, di A.J. Edwards

Friday’s child, presentato alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella città, prende posto in quel filone di cinéma vérité che negli ultimi anni abbiamo visto diramarsi in ogni sfaccettatura, specialmente in Europa, in questo senso può vagamente ricordare il recente  titolo italiano Manuel. Il film, diretto e scritto da A.J. Edwards e prodotto da Gus Van Sant, racconta la storia di un orfano, appena diventato maggiorenne che quindi decide di prendere in mano la propria esistenza e, uscendo dalla casa famiglia in cui si trova, inizia a vivere la vita come un adulto.
Ma Richie è un ragazzo problematico, dallo sguardo quasi assente, dalle poche parole, sussurrate quasi sotto voce (il personaggio è interpretato da Tye Sheridan che si cala perfettamente nella parte ricordando molto la sua stessa interpretazione in The Mountain). Ancora incapace di poter trovare una propria stabilità inizia a commettere furti e piccoli crimini per poter sbarcare il lunario. Alla sregolatezza della sua vita si mischia poi il tentativo di trovare un lavoro, finché non si infila nella storia l’elemento dirompente, incarnato nella figura di Swim. Questo lo trascinerà, barcollante, nelle sue avventure sempre più estreme che porteranno la polizia sulle loro tracce.
L’ultimo personaggio che accidentalmente si impiglia nella vita del protagonista è quello di Joan, una giovane ragazza benestante che tenta di introdurre Richie nella sua vita. Ma le loro realtà sono troppo lontane per convivere. In fondo, il protagonista è una persona sola, disabituata a condividere con altri i propri spazi, specialmente se essa è parte di un modo di vivere così distante dal suo. Anche se apparentemente lei gli trasmette una serenità che prima d’allora non si era mai letta sul suo viso.
La regia di Edwards scivola veloce tra le strade del Texas raccontandoci questa storia come fosse un documentario, al punto tale che in alcune sequenze sembra quasi che i personaggi si rivolgano direttamente alla macchina da presa mentre parlano, annullando completamente il personaggio interlocutore. Il regista ci porta sullo schermo il dipinto di una vita ai margini, la ricostruzione di una verità degradante, ma questo lo fa sempre mantenendo salda la sua percezione artistica delle immagini, facendo così trasparire le influenze subite dal suo maestro Terrence Malick. Le inquadrature sono spesso posizionate ad un’altezza che ci permette di vedere i personaggi dal basso verso l’altro, come se il nostro fosse lo sguardo innocente e scrutatore di un bambino, che affacciandosi alla durezza di quella vita rimane attonito e silenzioso.