#RomaFF13 – Il vizio della speranza, di Edoardo De Angelis

Lungo il corso martoriato del Volturno, la speranza sembra non avere diritti e possibilità. Maria, con un segreto tragico alle spalle e una famiglia praticamente allo sfascio, gestisce attivamente un traffico di neonati guidato da un’anziana boss eroinomane, che parla con la saggezza degli spietati. Anche lei si chiama Maria, ma si è conquistata sul campo il titolo onorifico di Zia e sembra essere il controcanto oscuro della protagonista, lo specchio del suo destino, ciò che diverrà alla fine, nella prossima notte dei tempi. È solo la prima delle tante moltiplicazioni “mariane” del film di De Angelis, tra Vergini, signore di Fatima, madri addolorate e immacolate concezioni. Del resto, nel culto popolare campano le Madonne sono ben sette, son tutte sorelle che condividono le pene del mondo nella compassione e moltiplicano il potere liberatorio della fede, fino all’apoteosi della Madonna Nera di Montevergine, la Mamma Schiavona che già la dice lunga su cosa sia la questione del colore da queste parti.

Ecco, come già mostrava in Indivisibili, De Angelis sa bene che qui la religione è un affare strano, in cui la durezza dei dogmi e delle regole si dissolve nella vitalità residuale delle tradizioni, in cui la dottrina affonda nei bradisismi dell’antropologia e devia nelle traiettorie eccentriche ed eretiche delle devozioni e delle superstizioni. Fino a scomporre le trinità, a moltiplicare la sacra famiglia nelle evoluzioni incontrollate delle ibridazioni, dei traffici (legali e non) della Storia e delle credenze. La fede, qui, segue i cicli di una liturgia bastarda, si esprime in un linguaggio impastato, magnificamente “confuso”, come quello delle straordinarie musiche e canzoni di Enzo Avitabile che – non si sa più se in napoletano o in qualche lingua africana – ancora una volta punteggiano e dettano i ritmi del cinema di De Angelis.

Ma se nel film precedente, questo gorgo del sacro rappresentava il contesto in cui si muovevano le gemelle siamesi, lo scenario di fondo che giustificava la loro esposizione iconica e, d’altro canto, la loro ossessione per una magica resurrezione dei corpi, ora, ne Il vizio della speranza, diventa il cuore, il centro stesso della questione. Al punto che la storia costruita da De Angelis e Umberto Contarello si mostra sin da subito come un’allegoria evangelica, una Natività rinnovata in cadenze ethno e calata, per opera e virtù dello spirito santo, nella desolazione di una terra di fuochi. E, per questo, sconta e paga tutti i rischi dell’allegoria, con il sovraccarico dei simbolismi, con le inverosimiglianze da mandar giù con un atto di fede, le semplificazioni da parabola. Del resto De Angelis non ha la purezza e la potenza “da naïf” di un Sergio Citti (tanto per dire), mostra sempre l’intenzione di volare alto, e negli argomenti e nella forma. Per questo il suo film sembra più volte sbandare, allungarsi, deformarsi. Ma, appunto, ha il coraggio di prendersi il rischio, piaccia o meno. Di inseguire, ancora, una possibilità di redenzione e di salvezza. Di sfiorare anche la bestemmia, con la sua ridicola contraddizione, come nell’invocazione di Carlo Pengue, un grande Massimiliano Rossi, “io finora ti ho sempre bestemmiato, perché stevo ncazzato cu te”. Che è anche la bestemmia di smarcarsi dal folklore più superficiale o dal rigore in fondo minuto del cinema italiano da esportazione. Quello che gli altri vorrebbero sentirsi raccontare. In fondo De Angelis cerca di ritrovare la densità della nostra ispirazione fantastica, per riconnetterla alla sorgente originaria della sua realtà fatta di sangue e carne. E se le sue immagini affondano in quel vulcano di visioni continue del “cinema vesuviano”, sembra inseguire anche altre tracce e ispirazioni. Da quelle lunghe riprese in scene alla German Jr. fino a quei cieli plumbei e desolati del cinema rumeno o alle suggestioni “storiche”. La morte e la risurrezione corrono sul fiume. Ma oltre l’ambizione, De Angelis ha anche l’umiltà di affidarsi. Innanzitutto alle sonorità travolgenti di Avitabile, poi agli interpreti. Fino a incollarsi al volto e ai passi di Pina Turco, anima e corpo della parabola.