#RomaFF13 – If Beale Street Could Talk – Incontro con Barry Jenkins

In occasione della presentazione del suo ultimo lavoro, If Beale Street Could Talk, che sarà distribuito in Italia da Lucky Red, il regista Barry Jenkins ha oggi incontrato la stampa. Il nuovo volto autoriale del cinema americano si racconta, dalla celebre notte dell’Oscar “sbagliato”, che l’ha visto protagonista cambiandogli completamente la vita, alla potente influenza della penna di James Baldwin in ogni componente della pellicola. A prevalere su ogni discorso, però, è un unico e forte messaggio a tutta la comunità black, tanto protagonista nella sua filmografia: l’amore, alla fine, vince sempre.

Sono infatti i sentimenti, quell’infinita fragilità dell’animo umano, a dominare la scena dei film. La poetica di Jenkins è allora dominata dai “piccoli gesti”, inquadrati e ripetuti ininterrottamente: “come sceneggiatore e regista cerco di riflettere come sono cresciuto. Da bambino e da ragazzo ero una persona molto sola, osservavo quindi gli altri, soffermandomi sulle loro espressioni, sulla loro gestualità“. Quei piccoli gesti d’intimità capaci di superare ogni barriera linguistica o culturale (“perché siamo tutti esseri umani“), di mettere in condizione lo spettatore di entrare in forte empatia col personaggio di Tish, protagonista della storia e destinataria principale tanto delle attenzioni dell’amato e della sua famiglia, quanto di quelle dell’autore: “tutti vogliono proteggerla, difenderla, così come io regista voglio abbracciarla“. È da frasi come queste che traspare tutta l’umile sensibilità della “persona” Jenkins, accentuata poi dal suo voler puntualizzare, a più riprese, l’importanza del contributo di Baldwin: “Quando si fa un adattamento di una storia cerchi di rispettarla. Al momento anch’io sto scrivendo e devo imparare ancora molto“. Il regista racconta di come lo scrittore fosse talmente dettagliato ed efficace nella descrizione delle scene, a partire dallo stesso abbigliamento dei protagonisti, dal volerne essere totalmente fedele nella resa, senza “cambiare quello che non andava cambiato“. A questo punto, l’autore si spoglia della sua autorialità, arrivando ad affermare: “in questi ultimi film mi sembra di imbrogliare, perché sono scritti da altri“.

Quantomeno bizzarro sentire certe parole dall’uomo che ha diretto Moonlight, vero e proprio caso cinematografico di un paio d’anni fa. E su quella celebre notte degli Oscar ritorna: “unesperienza stranissima. Quello che mi ha scioccato è stato proprio l’errore, perché uno non se lo aspetta. Non me lo ricordo neanche quel momento, ho come un vuoto di memoria. Sono uscito dalla sala e avevo un Oscar“. Un premio che gli è stato utile soprattutto a livello professionale, più che per fregio personale: “sì la mia vita è un po’ cambiata. Se mando una mail, faccio una telefonata, mi rispondono. Prima non era sempre così. Prima che ti succeda una cosa di questo tipo, il tuo lavoro è convincere gli altri a dire sì, ora invece devo scegliere a cosa dire di no“. A dirgli di sì, adesso, ci sono anche molti volti importanti di Hollywood, come Pedro PascalDiego Luna Dave Franco, che hanno acconsentito a prendere parte al film, anche solo per un piccolissimo ruolo: “mentre scrivevo avevo in testa Diego Luna per il ruolo, ma mai avrei pensato di poterlo avere. E invece l’ha voluto fare! Quando si vince un Oscar, puoi chiedere a certe star: vieni per un giorno? E loro vengono. Ma penso soprattutto che tutti quanti amassero Baldwin“.

Lo scrittore cresciuto ad Harlem racconta nei suoi romanzi le difficoltà e le sofferenze che gli afroamericani hanno dovuto subire, storicamente, nella società statunitense. Esattamente il motivo per cui Jenkins ha scelto questo progetto: “I neri hanno sempre vissuto momenti difficili nella storia, eppure abbiamo ancora la gioia, l’amore. In questa celebrazione della vita, troviamo la forza di sopravvivere. Volevo parlare di questo. Nonostante tutti gli orrori che abbiamo vissuto in America, siamo ancora capaci di amare“. Baldwin dopotutto è stato a lungo un attivo sostenitore dell’uguaglianza razziale, fino alla morte, e Jenkins condivide la centralità dell’arte e della cultura, come importante veicolo di denuncia politica e sociale: “I cineasti hanno il dovere di dire la verità su quello che sta succedendo nel mondo. Se una cosa è raccontata in un modo gradevole, il pubblico accetterà quello che viene detto. Dobbiamo mostrare il mondo per com’è e come esiste, rivelare alle persone ciò che gli è stato nascoste. Abbiamo la responsabilità di dire la verità“. Insomma, giusto per non farci sentire troppo la mancanza di Michael Moore.

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