#RomaFF13 – Jellyfish, di James Gardner

Il vincitore di Alice nella città 2018 brilla di una luce verde acido come la sua protagonista Liv Hill. Un esordio nel solco del cinema inglese proletario, difficilmente dimenticabile

Siamo a Margate, una piccola città di mare sulle rive inglesi, la Brighton dei poveri per Sarah Taylor, sedicenne fin troppo assennata protagonista di Jellyfish, opera prima di James Gardner. Madre psicotica, due fratellini a cui badare, un lavoro nella sala giochi più triste del mondo, compagni di scuola stronzetti: i presupposti sono quelli di un film facilmente immaginabile. E invece no.
Perché Sarah non è una vittima dall’aria afflitta, ma un’inglesotta gagliarda con la battuta sempre pronta, capace di mettere in riga tutti, dal suo capo, alla compagna di scuola fighetta, perfino i clienti a cui riserva certi “lavoretti” nel retrobottega della sala giochi, per arrotondare, perché la famiglia la mantiene lei. In una cornice sociale e familiare decisamente disastrata, Sarah brilla di una luce verde acido, come le parole con cui si difende dal mondo, e qualcuno se ne accorge. Il suo professore di teatro le impone di preparare uno stand up per il saggio di fine anno, di iniziare a studiare i giganti della comedy per lavorare su qualcosa di suo. E finalmente la ragazza, incastrata tra una responsabilità e l’altra, ascolta per la prima volta i suoi pensieri, inizia a mettere per iscritto il suo sguardo sul mondo: arrabbiato, maleducato, brillante, viscerale.

Non è facile, o forse sì, affezionarsi ad un talento così poco rassicurante come quello della protagonista di Jellyfish, che non è effettivamente interessata a strappare la risata, ma solo a inondare il mondo della sua sofferenza colorata. Il talento strabordante della giovanissima interprete Liv Hill, che neanche le attrici navigate, e la precisione di ogni suo gesto, sguardo e movimento riempiono lo schermo e regalano a Sarah una vibrazione decisamente entusiasmante e corposa.
Jellyfish non prede un colpo, anche quando sarebbe facilissimo scivolare: nei momenti di massima tensione drammatica, e ce ne sono diversi, la scrittura intelligente e lo sguardo del regista riportano tutto ad un armonico e amorevole equilibrio, volto a proteggere la nostra eroina. Un momento risulta particolarmente riuscito e coincide con la messa in scena di uno stupro. Il modo in cui Gardner sceglie di rappresentare quella brutalità, lontano da qualsiasi tipo di retorica e morbosità, lo rende un regista difficilmente dimenticabile.

Oltre all’ambientazione e la tematica, anche il linguaggio del film, la vicinanza senza filtri ai personaggi, il coraggio di raccontarli a voce alta, ricordano il cinema di Ken Loach, ma c’è qualcosa che stride fino in fondo qui, che a tratti disturba. Un certo malessere, talvolta sproporzionato, di cui quasi tutti personaggi sono carichi, come fossero avvelenati, letteralmente, da Margate, la piccola città che li tiene prigionieri.
Anche questa incapacità di contenere gli eccessi, in qualche modo, finisce per essere accettabile, perché si regge sulle spalle della piccola Sarah che, potete giurarci, alla fine si esibirà nel suo stand up. E metterà tutti a tacere, anche quelli che la chiamano puttana, e racconterà, senza vergogna, dei suoi servizietti ai vecchi clienti della sala giochi, per riuscire ad arrivare a fine mese, perché sua madre è pazza e passa la giornata al letto o a spendere soldi che non guadagna. Racconterà a tutti anche dello sporco ricatto subito dal suo capo. Vuoterà il sacco fino in fondo Sarah, a modo suo, senza fronzoli e senza neanche una lacrima. Forse se ne andrà o forse no da Margate, sicuramente avrà la città nelle sue mani.

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