#RomaFF13 – La Negrada, di Jorge Pérez Solano

In Messico, tra la popolazione nera della Costa Chica di Oaxaca, è socialmente accettato il “querelato“, ossia il fatto che un uomo viva con più di una donna. Juanita e Magdalena condividono l’amore di Neri, anche se entrambe si rendono conto che questa situazione le fa soffrire. Juanita però è malata e, nonostante le richieste della figlia Sara, rifiuta di curarsi. La triste situazione della donna donerà a Magdalena la chiarezza necessaria a imprimere una nuova direzione alla propria vita e a riprenderne il controllo senza Neri. Presentato alla Festa del Cinema di Roma in Selezione Ufficiale, La Negrada di Jorge Pérez Solano è il primo film di finzione messicano sulla comunità di origine africana, una popolazione fantasma e praticamente non riconosciuta dalla società.

Solano non affronta chiaramente la questione politica, almeno all’apparenza, puntando tutto sulla sua rappresentazione umana, sulla misera condizione di vita in cui questa comunità, soprattutto donne e bambini, vive. Mostra le sue divisioni interne, le sue mancanze. Juanita, malata, rifiuta le cure, sicuramente per un discorso economico, ma anche per negare a Magdalena di aiutarla, dopo l’offerta di lei, poiché da prima moglie di Neri vede nell’altra donna un’eterna rivale. Sara, sua figlia, per convincere la madre a non morire si indebita, affidandosi a una religione che non le appartiene, promettendo di restituire il denaro vendendo il suo corpo. Magdalena vuole che Neri le procuri un frigorifero, e dopo averlo ricevuto in seguito a numerose pressioni, organizza una festa. Tutto questo si svolge nell’arco di una settimana, dividendo il racconto in capitoli giornalieri, rendendo il film fortemente cadenzato.
Un ritmo, volutamente lentissimo, scandito ancor più dalle azioni ripetute continuamente dai protagonisti: la preparazione del pesce da parte della famiglia di Magdalena, Sara che gestisce la sua attività di parrucchiera, un’altra delle figlie di Neri che balla ogni sera davanti casa con i propri amici, e così via; filo conduttore di ogni scenario è Neri, il patriarca di tutte queste famiglie, che con la sua bici viaggia ripetutamente, appunto, da una moglie all’altra. Eppure l’unico suo gesto, una volta giunto a destinazione, non è mai davvero d’aiuto agli altri e Solano non a caso lo inquadra spesso indolente a dormire su un’amaca, ogni volta diversa.

Il regista gioca visivamente con tali esistenze mediante l’obiettivo della camera, con continui cambi di fuoco, catturandole in campi lunghi, lunghissimi e perlopiù deserti. Solitudine e vacuità dominano così le immagini, i personaggi sulla scena sembrano far sempre le stesse cose, apparentemente privi di alcuna precisa passione o scopo nella vita. Non hanno dei documenti riconoscitivi, non hanno un proprio inno (a Sara, fermata dall’immigrazione, viene chiesto di cantare quello messicano), né tantomeno una propria religione ufficiale (sempre Sara, viene inquadrata completamente sola, genuflessa in preghiera nella chiesa della città, pur essendo fisicamente in mezzo a una folla di fedeli). Una comunità quindi totalmente estranea, perfino ai grandi spazi in cui vive, dove sembra essere stata confinata da un altro popolo che, semplicemente più a nord, vive paradossalmente i medesimi problemi.

Finché a un certo punto si intravede una rottura nello schema. Già ogni capitolo viene presentato puntualmente dallo stesso anziano pescatore che enuncia alla camera luoghi comuni e detti popolari sulla sua gente, segno che un’identità, per quanto flebile, per quanto esclusivamente solo orale, esiste. Più il film avanza, inoltre, più le donne protagoniste incominciano a trovare, come detto, una forza nuova in piccole forme di ribellione. Juanita che prima di morire chiede di vedere gli altri figli del marito. Magdalena che ottiene il frigo nuovo sconfiggendo la pigrizia di Neri e, soprattutto, capendo di non poter contare su di lui.
Ma, ancor di più, è sui giovani che si ferma lo sguardo ottimista di Solano, sul finale, nella speranza di una futura generazione unita, proprio da quel sottile legame di sangue. Non a caso li separa sulla scena da Neri, imperterrito a cercare la compagnia di nuove altre donne, eppure sostanzialmente più solo che mai. Questo mentre Sara invece, nel suo piccolo combatterà le leggi non scritte impostele della società, come a dire che per quanto il querelato possa essere accettato, per quanto lo possa essere la loro stessa condizione di “fantasmi”, non vuol dire che debbano accettarlo anche loro.