#RomaFF13 – Light as feathers, di Rosanne Pel

La violenza è come un virus, si insinua lentamente nel corpo fino a cospargerlo da capo a piedi, dando l’impressione che si un gioco, uno scherzo, qualcosa di cui ridere, fino a quando si smette di dosarlo, finendo così in un punto di non ritorno, in una presa di coscienza imminente e dolorosa. Eryk è così, è come una bambino che non ha ancora imparato ad usare la sua forza, che non sa ancora fin dove la può spingere e fin dove è concesso farlo.
Eryk è un ragazzo di 15 anni che vive in Polonia con sua madre e sua nonna, nelle campagne sperdute di una località non ben identificata. Questa famiglia sui generis e ciò che li ha portati fin qui è il caso indagatore della regista Rosanne Pel, ma in particolar modo la camera si focalizza sul frutto di questa famiglia, Eryk. Con un padre totalmente assente di cui non si hanno le tracce e la madre manipolatrice con cui si gioca un complesso di Edipo, Eryk si ritrova incapace a fare una distinzione tra l’amore che crede di provare per la sua vicina di casa e il sopruso della stessa.
La vicenda del film segue un percorso circolare, come un eterno ritorno dello stesso: il ragazzo non viene rappresentato come una bestia ma al contrario come una persona sensibile, capace di muoversi con dolcezza, con amore, ciò che si palesa con il suo atteggiamento nei confronti degli animali che vivono lì così come con Klaudia. Ma al tempo stesso questa violenza dentro sé è innata, forza generatrice dello stesso protagonista, figlio a sua volta di una violenza sempre taciuta, di un gretto tabù che vige in quelle campagne e che fa sì che questo sia nascosto allo stesso Eryk, che a più riprese chiede informazioni sul padre che mai riceverà.

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Light as feathers cerca di raccontare la storia di un abuso visto dalla parte del carnefice, riuscendo a creare sullo schermo una figura non definita, un carnefice che tende a far pena anche agli occhi della vittima, un carnefice che sembra quasi una vittima egli stesso di ciò che ha fatto, perché è stato generato da quello stato di vittimismo che a sua volta lui stesso, con inconsapevole continuità, ha perpetuato.
Potrebbe essere significativa anche la scelta di girare questo film in Polonia, in cui si sta ancora combattendo molto per arrivare ad ottenere la libertà d’aborto, avendo così la possibilità di rappresentare una realtà rurale in cui gli abusi sono costretti a rimanere all’interno delle quattro mura domestica e in cui una ragazzina di 13 anni spinge una carrozzina. In questo senso il film della Pel, opera prima della regista, prende una faccia politica, e mostra i retroscena di una lotta non combattuta, di un arrendevolezza che non può che essere tale.
Il film è girato come fosse un documentario, con una risoluzione quasi amatoriale, che segue in personaggi. Gli stacchi di montaggio sono lunghi e ricordano la fine del registrato di una videocassetta e l’inizio della scena seguente, dando così la possibilità al film di creare delle vere e proprie separazioni dalla storia come la fine di un capitolo e l’inizio di uno nuovo, sempre più drammatico.

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