#RomaFF13 – Millennium: Quello che non uccide – Incontro con Fede Álvarez e Claire Foy

Presentato oggi alla Festa del Cinema di Roma, Millennium: Quello che non uccide (The Girl in the Spider’s Web in originale) è il nuovo progetto della Sony per rilanciare al cinema la saga letteraria. Il film è tratto infatti dai nuovi romanzi, seguiti postumi alla trilogia originale di Stieg Larsson, scritti da David Lagercrantz. A incontrare la stampa è intervenuto il cast protagonista e il regista, Fede Àlvarez, in una conferenza “di genere” che ha toccato i più grandi classici del presente e del passato, da James Bond a Hitchcock fino agli odierni cinecomic.

Alla prima domanda fattagli, il regista Fede Àlvarez mette subito le cose in chiaro: dimenticatevi il drammatico e torbido thriller di David Fincher e le atmosfere noir della trilogia svedese, questo film è un’Opera: “nel quarto libro della trilogia, che è molto diverso dal primo, la storia è molto diversa. I libri si sono evoluti, così come i personaggi, ed è molto più folle. Il primo era un mistery, un’Agatha Christie scandinavo, questo è un James Bond un po’ folle. […] Sono le storie che mi piacciono, che diventano più Opera, dove tutto è più esagerato“. Un’associazione che trova concorde anche Synnøve Macody Lund, che qui interpreta Gabriella Grane, la vicedirettrice della Sapo: “Quello che mi è piaciuto tanto del film è il suo essere molto diverso, non è il solito noir scandinavo, ma, come ha detto Fede Àlvarez, sembra di trovarsi in un’Opera. Amo molto l’universo di Millennium perché è così gonfiato, fuori proporzione“.

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Sul tono del film il regista torna nuovamente, ricordando i suoi precedenti nel genere horror (La CasaMan in the Dark) e citando tra i suoi riferimenti uno dei più grandi maestri della suspense, Alfred Hitchcock: “Negli horror che ho fatto io, e vale anche per questo film, applico l’idea di fare film per te e per il tuo inconscio. Ci sono tantissime decisioni che vengono prese, per le luci, il set e la musica, che ti possono far sentire qualcosa di diverso rispetto a quello che stai guardando. Hitchcock diceva: gira le scene d’amore come quelle di morte e viceversa. Quindi anche quando non succede niente di terrorizzante è terrorizzante lo stesso; con il sonoro, con i rumori di fondo, non sai perché mentre stai guardando una scena ti innervosisci“.

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Quello che però, secondo Àlvarez, tiene davvero insieme tutto il film è naturalmente Lisbeth Salander, l’iconica protagonista della saga: “Mi interessava come lei si sarebbe mossa in questo nuovo mondo. Ora la posta in gioco è più alta“. A interpretarla è stata chiamata l’attrice inglese Claire Foy, ultimamente ammirata già a Venezia per First Man di Damien Chazelle. E proprio sulla popolarità del personaggio afferma: “Lisbeth non è la protagonista classica, non è amabile, non fa niente per farsi piacere. Stieg Larsson ha creato un personaggio molto complesso, con grandi problemi nella propria vita. Il fatto che sia così popolare è qualcosa di molto positivo, devi fidarti di un pubblico capace di amare qualcosa di non tradizionale. Io non ho mai cercato di comprendere Lisbeth dal mio punto di vista, ma di assumere il suo di punto di vista“.
Quello che di Lisbeth è vera fonte d’ispirazione per l’attrice, però, è la sua forza di volontà: “La sua volontà è così forte che può affrontare qualcuno di più forte di lei. […] È come la storia di Davide e Golia, non vedi nessuno nella vita che sia così potente; ha uno scudo che la protegge, Lisbeth morde e graffia e fa tutto il possibile per resistere. La sua volontà di farcela, non la puoi abbattere“.

A chi le chiede se esiste qualcosa in comune tra Lisbeth e la regina Elisabetta di The Crown, il ruolo con cui ha vinto un Emmy e un Golden Globe, Claire Foy risponde: “Hanno una somiglianza nel fatto che, per la storia da cui vengono, non sono in grado di comprendere le proprie emozioni, né di esprimerle. Penso che Lisbeth si sia reso conto molto tempo fa che vivere i sentimenti ti rende molto vulnerabile. Lo vedi nel primo libro quando si rende conto di essersi innamorata di Mikael molto dopo rispetto a lui, perché non aveva mai vissuto niente del genere. La regina Elisabetta è collocata invece in un ruolo dove le emozioni non vanno mostrate al pubblico“.
Il rapporto con Lisbeth, allora, viene poi approfondito dal punto di vista dell’uomo, o almeno da colui che ne presta il volto, ovvero Sverrir Gudnason, protagonista di Borg/McEnroe (vincitore del premio del pubblico all’ultima Festa di Roma): “All’inizio della storia lui è molto depresso, è stato cacciato dal suo giornale e forse beve troppo. Quando ritorna Lisbeth, lei gli riaccende una scintilla, sono importanti uno per l’altro. Lei lo sente. Quando gli chiede aiuto, lui non dirà mai di no, è l’unica persona di cui si può fidare“. Per Gudnason l’aspetto più interessante del personaggio di Mikael è la sua componente umana: “Come Lisbeth è qualcuno che cerca la giustizia, ma sono persone molto diverse. È un essere umano normale, uno dei pochi, in questa storia“.

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Proprio l’aspetto fortemente umano, “normale” dei suoi protagonisti, è qualcosa a cui Àlvarez tiene particolarmente, soprattutto quando gli si chiede se Lisbeth può essere considerata un “supereroe”, avendo bene in mente l’immaginario hollywoodiano offertoci nel presente: “A me non piacciono i supereroi, non m’ispirano per niente, mi opprimono, mi fanno pensare che io non sarò mai così, come loro. […] Quello che fa il film è cercare di distruggere Lisbeth, buttarle addosso tutto il possibile e portare il personaggio a inginocchiarsi. Lei fa gli stessi errori che faccio io, è umana, come me“.
Il compito di “distruggerla”, più mentalmente che fisicamente, è tutto affidato a Camilla, villain del film, la più importante “new entry” nel nuovo film della saga, interpretata da Syvia Hoeks. Attraverso il suo personaggio, Quello che non uccide racconta qualcosa di ancora segreto del passato di Lisbeth, sicuramente la svolta potenzialmente più intrigante di questo nuovo progetto. Chiude la conferenza, a tal proposito, proprio l’attrice: “Vedo Camilla come uno strumento, per far vedere delle parti in più di Lisbeth. Noi abbiamo visto una ragazza che può fare qualsiasi cosa. E poi pensi: forse c’è qualcosa che non vuole affrontare? È qualcosa di Lisbeth che volevamo vedere, qualcosa che ci avvicina a noi, ci infonde coraggio“.