#RomaFF13 – Questo è mio fratello, di Marco Leopardi

Una moderna cronaca familiare, con un fratello documentarista che ricostruisce la depressione del fratello pubblicitario Massimo. Pre-apertura

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Si può curare la depressione dialogando con la propria telecamera? Massimo è un regista pubblicitario che nel corso del tempo ha iniziato a manifestare i segni e sintomi di una sindrome depressiva maggiore. Marco è il fratello documentarista che prova a spiegarsi il senso della malattia e della sofferenza assemblando i filmini di famiglia con il diario cinematografico girato da Massimo.

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Questa moderna Cronaca familiare si sviluppa attraverso una prima parte in cui la voce narrante (a volte un po’ sovrabbondante) ci guida dentro le zone oscure della mente per scoprire il primum movens della patologia psichiatrica: è un deficit di accudimento per mancanza delle figure genitoriali? E’ una figura paterna troppo timida per mostrare la propria affettività? E’ la morte della prima fidanzata per talassemia? Purtroppo non ci sono risposte sicure. C’è al contrario una affannosa bulimia che investe tutti gli aspetti della vita: quella sessuale con la ricerca del piacere, quella sentimentale con cambio repentino di moglie preferibilmente straniera, quella voyeuristica con la necessità di auto-riprendersi con la macchina da presa, quella sportiva con la ricerca dell’adrenalina del rischio (i tuffi dal trampolino, i lanci nel vuoto con una attrazione/repulsione per le grandi altezze, le flessioni sui tetti).

L’ossessiva ricerca del selfie e della propria immagine rimanda allo specchio rotto della frammentazione di personalità. Questa voracità maniacale nasconde in realtà prima l’ansia e gli attacchi di panico, poi una certa tendenza al cupio dissolvi che prende forma in una intensa ideazione suicidaria. Gli aspetti medici non sono molto predominanti: qualche accenno all’uso di anti depressivi (con alterazione della personalità), allo psicoterapeuta e alla tecnica di stimolazione rTMS (Repetitive Transcranial Magnetic Stimulation) con onde elettromagnetiche, ma il male oscuro non sembra essere sconfitto. Marco Leopardi propone un doppio sguardo che è il motivo di singolarità del documentario: da una parte il punto di vista del fratello malato che si confessa davanti all’obiettivo, dall’altra lo sguardo del regista/detective teso a ricostruire il puzzle della vita del fratello per individuare le cause della patologia mentale e provare ad arginare i devastanti effetti. Ci sono momenti molto forti come quello delle riprese sui tetti di Roma con la paura che la forza di gravità della depressione possa tirare giù.

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Il dramma si moltiplica con l’impotenza dei familiari che non riescono ad aiutare Massimo: il montaggio frammentato con i continui inserimenti dei filmini amatoriali rimandano a quell’unità familiare perduta che sembra riaffiorare in una immagine al mare nel pre-finale. E’ la malattia del padre lo stimolo per Massimo per potere riottenere l’identità di figlio e per rimettere in sesto pensieri contro la pulsione di morte. Nel lento spegnersi del capofamiglia tra flebo e letti d’ospedale, Massimo assume un ruolo di guida e di infermiere speciale che si prende cura del genitore morente. Nello shock della morte rappresentata da un’inquadratura fissa su un letto vuoto, in Massimo riaffiora quell’infantile voglia di esistere così ben raffigurata dalla telecamera che gira vorticosamente sulla spiaggia: è qui che lo sguardo di Marco e Massimo da duplice si fa intimo e unico, arrivando a coincidere. Girato con grande sensibilità, Questo è mio fratello è un percorso autoanalitico in cui l’immagine documentaria assume un ruolo terapeutico. Nel suo dichiarato autobiografismo diventa piccola lezione di vita, un coraggioso tuffo dove l’acqua è più blu, in zone profonde.

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