#RomaFF13 – The Little Drummer Girl (episodi 1 e 2), di Park Chan-wook

Il rinnovato periodo di affezionamento dell’industria nei confronti delle storie di John Le Carré, inaugurato dall’ottimo Tinker Tailor Soldier Spy di Alfredson e proseguito con i risultati alterni di Corbijn e del Traditore Tipo, fino ad arrivare alla serialità BBC della Susanne Bier di Night Manager, prosegue sempre sugli schermi del network britannico con un’altra produzione a puntate, tratta da uno dei romanzi maggiormente apprezzati dello scrittore, La tamburina (1984, già portato al cinema da George Roy Hill in un film con Diane Keaton e Klaus Kinski). La fase attuale della carriera di Park Chan-wook sembra aver decisamente virato verso il mestiere del confezionatore di lusso di prodotti cesellati da cura formale impeccabile e geometrica: è vero che il mercato seriale sembra avere sempre più sete di intrecci di spionaggio con cornice storica, come dimostrano le traiettorie di Prime Video e titoli Netflix come Operation Finale, ma quella del grande architetto di immagini non era un tempo solo una delle decisive peculiarità del cineasta sudcoreano?

E’ probabile che il complesso apparato di depistaggi, camuffamenti, bluff e inganni carpiati orchestrato da Le Carré (e ridotto in 6 episodi da Michael Lesslie, abituale sceneggiatore di Justin Kurzel, e che infatti anche qui parte da messinscene a teatro) abbia rappresentato per Park un’attrattiva ben superiore alla possibilità di girare l’Europa tra le numerose ambientazioni attraversate dalla vicenda, come ogni buona storia di spie che si rispetti (solo tra pilot e seconda puntata Londra, Monaco, Atene con visita notturna al Partenone dove ritrovi il Park Chan-wook più lezioso e “citazionista” con ombre alla Terzo Uomo).

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L’addestramento della riottosa Charlie, scalmanata attrice inglese giovanissima dal fascino malizioso, a spia degli israeliani per una complicata partita sul filo della cortina di ferro, riporta ai temi-chiave del periodo migliore del cineasta di Lady Vendetta, che di fatto sul training del potere verso la disumanità ha costruito una poetica che ha aiutato, insieme a pochissimi altri nomi, a riportare l’attenzione del pubblico internazionale sulla cinematografia coreana a inizio anni 2000.
Tra Joint Security Area e I’m a Cyborg but that’s ok, Park sembra voler adattare le irrequietezze del suo immaginario alla struttura spy: la finta cella d’isolamento innalzata dentro un appartamento per convincere a parlare l’attentatore arabo Salim non può che ricordare pazzescamente allora la prigione del Dae-su di Old Boy. Dov’è la verità, qual è realmente il palco e quale il dietro le quinte della rappresentazione, della Storia?

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La figura puntualmente ambigua e monolitica del case officer Joseph, Alexander Skarsgård, sempre più corpo cruciale del contemporaneo nonostante l’evidente ritrosia quasi scazzata con cui affronta i suoi personaggi, è qui il nodo cruciale per decifrare il codice della serie, ma è davvero difficile staccare gli occhi dal magnetismo assoluto della indomabile Charlie di Florence Pugh, classe 1996, un talento già con ogni evidenza inclassificabile per cui la serie sarà, c’è da scommetterci, il veicolo definitivo di attenzione dopo i riflettori di Lady Macbeth. Michael Shannon è, anche stavolta, quello che si diverte di più: incollategli due baffoni sul grugno e fategli fare un accento strano, e lasciategli la scena…