#RomaFF13 – Tutte le mie notti, di Manfredi Lucibello

Un incontro può diventare qualcosa che ti cambia la vita, soprattutto quando la strada dove sei finita è diventata una cosa sola con la notte e dall’asfalto da respirare è rimasta la paura. Per un istante quei fantasmi che senti correrti dietro svaniranno, per un attimo, poi torneranno, minacciosi, e capirai, solo allora, che non serve scappare o raccontare bugie, indossare mille maschere da sostituire all’occorrenza per alleggerire la coscienza, ma che bisogna trovare uno specchio in cui riflettersi, finalmente liberi dalle identità di comodo che ci siamo cucite addosso.

Sara (Benedetta Porcaroli) una notte, mentre fugge da un pericolo, incontra Veronica (Barbora Bobulova) che la porta in una casa. A sorvegliare su di loro c’è Federico (Alessio Boni), un imprenditore legato a Veronica da un rapporto di lavoro. Il tempo del film è racchiuso nelle poche ore che separano dall’alba, prossima linea di confine prima del regolamento dei conti in sospeso. Già dall’inizio è subito chiaro che siamo giunti ad un capolinea. In un gioco delle parti una ha il ruolo della vittima, l’altra dell’aiuto arrivato tempestivamente in una situazione di emergenza. L’assunto delineato crolla presto, e attraverso complicità, tenerezza, recriminazioni quei ruoli verranno messi in discussione e le confessioni che le donne si faranno durante la notte diventeranno l’occasione di conoscere segreti o verità che si preferirebbe ignorare. Le due protagoniste rimbalzano dentro questo gioco empatico di riconoscimento, la linea di sviluppo dei loro personaggi si fa intermittente all’interno della progressione drammatica.

La vicenda raccontata riporta vagamente alla mente lo scandalo scoppiato a Roma con la scoperta di un giro di baby prostitute pronte a vendere il loro corpo per denaro a uomini facoltosi e di potere. Il taglio che il regista Manfredi Lucibello, al suo esordio nella direzione di un lungometraggio sotto la produzione dei Manetti Bros, sceglie per raccontare la storia, è quello dell’approccio psicologico e intimistico, tutto costruito sui dialoghi, a tratti asfissianti, per un progressivo riconoscimento delle cause della tragedia, finendo per esporre le tesi sostenute a molteplici ed ambigue interpretazioni.

La preoccupazione di coprire di mistero gli indizi, con pesanti sottolineature fornite dal supporto musicale in chiave esclusivamente drammatica, trasforma Tutte le mie notti in un film quasi spettrale, dove regnano silenzio e disperazione. Gli ambienti e i paesaggi sono impersonali, lontani dalla presenza umana, freddi e inaccoglienti. Proprio la coerenza mostrata nell’insistere su queste atmosfere oppressive rischia di minare l’efficacia del ravvedimento finale, forse troppo estemporaneo e tardivo.