#RomaFF14 – 1982, di Oualid Mouaness

E’ il giugno del 1982 quando gli aerei israeliani raggiungono la zona Ovest di Beirut, capitale del Libano.

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I boati dei bombardamenti nella zona Est della città allontanano grandi stormi di uccelli che presto raggiungono la scuola di periferia dove Wissam e i suoi compagni si preparano ad affrontare un’altra giornata di esami di fine anno.
“Da quand’è che ci sono i piccioni nella nostra scuola?” è la prima cosa che Wissam chiede al suo migliore amico Majid (Ghassan Maalouf) mentre aspettano in fila per entrare nelle classi.
Gli insegnanti intanto svolgono in tutta normalità il loro lavoro, ma la tensione li rende sempre più vulnerabili.
La prima parte del film infonde una tranquillità velata, l’ambiente che vediamo è quello di una normale classe scolastica, un ambiente familiare che tutti possiamo ricordare.
Wissam (Mohamad Dalli) ha undici anni, per poco non è il primo della classe e il suo desiderio più grande è quello di riuscire a dichiarare il suo amore alla compagna di classe Joanna, prima che l’anno scolastico finisca.

Si dice che per creare qualcosa di vero, si debba sempre partire dalle proprie esperienze. 1982 è il primo lungometraggio del regista Oualid Mouaness, e la storia che racconta è quella che lui stesso aveva vissuto quando, nello stesso anno, la sua scuola era stata evacuata per i bombardamenti.
Il racconto è diviso in due dimensioni percettive: quella degli insegnanti Yesmine (Nadine Labaki) e Joseph (Rodrigue Sleiman), pienamente consapevoli dei fatti che stanno accadendo e quella dei bambini, che vivono la giornata scolastica come hanno sempre fatto: ridendo, litigando e giocando a biglie durante gli intervalli dagli esami.
Wissam ama disegnare, e mentre osserva il cielo sopra la pineta dei campi da calcetto, sogna l’arrivo del suo supereroe immaginario preferito: Tigron.
Tigron è un enorme robot colorato, il più forte di tutti e l’unica speranza di salvezza. È il soggetto che Wissam preferisce disegnare, anche quando gli aerei da guerra iniziano a cadere in fiamme, perché la loro luce somiglia a quella della stella luminosa che Tigron porta in petto.
La musica nel film è quasi assente, le uniche cose che sentiamo distintamente sono i dialoghi e i rumori interrotti delle esplosioni in lontananza, che però si fanno sempre più vicine, fino a diventare opprimenti.
La scelta serve a conferire maggior realismo, che unito all’ingenuità del punto di vista dei bambini, riesce a creare un miscuglio adatto a rendere “vero” e sentito il ricordo di quella giornata che il regista stesso aveva vissuto.

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Mentre le radio comunicano i disastri che la guerra sta provocando, le discussioni tra Yesmine e Joseph si fanno sempre più tese; in bilico tra il terrore di perdere i cari lontani e i loro ideali politici a cui però accennano soltanto, perché l’unica vera preoccupazione è quella di sopravvivere.
Gli insegnanti, sempre più consumati dalla paura, comunque non dimenticano il loro vero obiettivo: quello di proteggere i bambini, e lo fanno raccontando loro una verità velata, ma più speranzosa. L’educazione è la via di fuga dagli orrori della guerra ed anche l’ironia del film: pur sapendo che la vera sfida è quella della sopravvivenza, l’istruzione e le mura scolastiche riescono a creare una sospensione dalla realtà.
Il caos sopraggiunge quando, durante la ricreazione, iniziano ad arrivare i primi mezzi da guerra e, con loro, nubi di fumo sempre meno lontane. La scuola viene evacuata ed il solo pensiero di Wissam è quello di non essere ancora riuscito a dichiararsi a Joanna.
Tutti restano bloccati nel caos del traffico, mentre sono spettatori della caduta di Beirut sotto le fiamme dei bombardamenti, le luci delle esplosioni a Wissam sembrano ancora le stesse del suo eroe Tigron: una speranza è all’orizzonte.

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