#RomaFF14 – Cecchi Gori – Una famiglia italiana, di Simone Isola e Marco Spagnoli

Da “era così bella la vita” a “ho resistito bene” scorre veloce l’arco di trasformazione di un uomo, di un Paese e di molti ricordi del cinema italiano. A parlare è infatti Vittorio Cecchi Gori, un protagonista assoluto del secolo breve, a cominciare da quel boom economico anni cinquanta/sessanta che nessun medium come il cinema ha saputo raccontare e che pochi produttori come il padre Mario hanno saputo interpretare e sfruttare. Cecchi Gori entra in campo da un balcone nel quartiere Parioli – quindi dalla casa paterna comprata coi profitti de Il Sorpasso – come una star decaduta che guarda il suo personale Sunset Boulevard nello skyline romano. E come fossimo in un noir classico i ricordi del passato si originano da quadri e foto appese ai muri, premi e targhe da ogni parte del mondo, insomma le tracce di una vita diventata immagine e montata a ritmo di musica.

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I due sceneggiatori-registi del film, Simone Isola e Marco Spagnoli, si siedono accanto a Cecchi Gori e lo ascoltano con la curiosità di chi in qualche modo sta interrogando anche il proprio passato di spettatore: chiunque abbia dai trent’anni in su non può che commuoversi a vedere sequenze che spaziano da I Mostri a Borotalco, da L’armata Brancaleone a Johnny Stecchino, da La voce della luna a Il postino, in un montaggio che copre cinquant’anni di cinema italiano e di memoria condivisa.

E allora: il set de Il Gaucho (1965) di Risi come battesimo professionale per il giovane Vittorio con annessa scoperta dell’amore per l’avvenente Maria Grazia Buccella. Poi il set di Brancaleone alle crociate (1970) di Monicelli come passaggio all’età adulta e forte presa di coscienza delle responsabilità. La vita scorre sul set, insomma, con le parole di marco Risi, Benigni, Verdone, Banfi, Tornatore, Pieraccioni, ecc., a testimoniare la crescita costante di un produttore arrivato alle soglie degli anni Novanta al massimo del suo potere contrattuale. Magnifico l’aneddoto di Verdone sull’orologio regalatogli da Vittorio dopo il successo travolgente di Viaggi di nozze: un dono che il regista-attore non vuole prendere ed è infine costretto ad accettare a costo di drammi familiari degni di una sua commedia. Il calcio, poi: l’acquisizione della Fiorentina e un periodo di grandi passioni racchiuso tra le parentesi degli allenatori Claudio Ranieri e Roberto Mancini. Quindi dall’era degli ultimi trofei con Gabriel Batistuta alla stagione del fallimento societario nei primi anni duemila.

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Insomma, chi è il produttore? Uno “dal sapere enciclopedico ma moderato” per Vittorio Cecchi Gori. Uno “colto ma non troppo“, per Mario Cecchi Gori, “perché se no perde il contatto con la gente“. Quindi tra l’archivio del passato (le interviste a Mario) e lo stato delle cose (la lunga intervista a Vittorio) il fascino di questo documentario risiede proprio nella sovrapposizione delle parabole di un padre e un figlio, i simboli cinematografici di due Italie dal boom alla crisi. Sino alla lucida consapevolezza che dagli anni Ottanta in poi diventa “il catalogo la nostra forza“, sottolineando il salto di paradigma del cinema che da fonte di ricchezza diretta (il botteghino) si trasforma in archivio di film da cedere alle Tv private (la battaglia dei diritti). Eccoci alla televisione: l’allargamento degli interessi del Cecchi Gori Group verso le emittenti televisive private segna indirettamente l’ingresso nel decennio degli avvisi di garanzia, del fallimento della Fiorentina e della confisca di molti beni di famiglia. Una storia paradigmatica sul potere, che racconta l’Italia del cinema e della Tv, del calcio e della politica, dei successi e dei processi.

Il documentario si sofferma il giusto sugli aspetti giudiziari ospitando doverosamente la versione di Vittorio senza mai prendere posizione, perché non è minimamente questo il punto. Il focus di Cecchi Gori – Una famiglia italiana rimane infatti “il cinema” e la sua possibilità di tracciare (ancora oggi) verità umane oltre le immagini. Mentre Verdone, Tornatore, Pieraccioni o gli stessi Isola e Spagnoli gli parlano accanto, Cecchi Gori ha lo sguardo fisso nel vuoto, in un fuori campo che non può che essere la sua intima verità. I suoi primi piani vengono quindi sondati con grande pudore tracciando un percorso emotivo prima che professionale, politico, sportivo o giudiziario. Un film lucido ed etico che non intende mai documentare meri fatti, bensì illuminare memorie e percorsi umani… perché “non c’è niente da fare, il pubblico vince sempre” come dice Vittorio Cecchi Gori in uno dei suoi rari sorrisi.