#RomaFF14 – Franca Valeri ai giovani: “Crederci e avere coraggio”

“Il messaggio che voleva lasciare ai giovani era quello di crederci e avere sempre coraggio. A tal proposito ci ha raccontato: Quando mi hanno bocciato all’accademia, alla Silvio d’Amico, io non ci sono rimasta male. Ancora mi domando che fine hanno fatto quelle signorine molto graziose che sono passate al posto mio”. Fabia Bettini, direttrice artistica di Alice nella città, apre l’omaggio alla straordinaria Franca Valeri nel segno di quell’ironia e intelligenza sempre vive con cui ha saputo caratterizzare personaggi di donna indimenticabili, figlie del loro tempo e già estremamente moderne. Così Pino Strabioli, che Franca Valeri la conosce bene, ha condotto un incontro a più voci insieme a Piera Detassis, Paola Minaccioni, Anna Foglietta e Paolo Mereghetti che hanno raccontato, attraverso le sue parole e le immagini dei loro film preferiti, l’attrice e la sua lunghissima carriera.

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“C’è un motto che mi sostiene sin da ragazza: Io ci dico una menta, perché, sa, la prontezza nell’ordinazione fa la signora”, esordisce Piera Detassis. “Credo che in questo modo di dire, in quella spiritosa coscienza di essere donna e di guardarsi dall’esterno e di capire che si può prendere in giro la femminilità pur essendo femministe ci sia l’essenza di Franca Valeri. Il mio film del cuore è Piccola posta di Steno, dove Franca Valeri fa il personaggio straordinario di una popolana, ragazza di borgata che vive con mammà e si trasforma in Lady Eva, contessa polacca che risponde a lettere d’amore alquanto improbabili per il settimanale Adamo ed Eva. Il film è del 1955 e siamo nell’Italia della ricostruzione, un’Italia ancora povera e rurale, dove lei utilizza un linguaggio che sta tra il fotoromanzo, l’hollywoodiano e il presunto chic. E poi ho scelto Totò a colori, sempre di Steno. Franca non è la protagonista assoluta ma è imperdibile. È una satira sul salotto snob-chic-intellettuale, una rilettura dell’arte contemporanea alla Totò, ma c’è soprattutto lei che conduce una casa di variegati artisti che in qualche modo se la tirano”.

Paola Minaccioni ha scelto invece Il segno di Venere di Dino Risi “perché è stata Franca Valeri a volere questa storia, che ha scritto e sviluppato, anche se ha subito delle variazioni, delle crescite. Poi perché è il primo film romantico, sentimentale con due donne protagoniste. Perché ogni personaggio del film, da Peppino De Filippo a SordiDe Sica, Raf Vallone, Tina Pica, è al servizio della storia di queste due cugine; tutti sono maschere tragiche, hanno una fortissima umanità, hanno desideri che sono non realizzati. Eppure ogni personaggio è comico, ti fa rabbia e ti fa pena. Franca Valeri, qui come in tutti i film, non fa mai niente per essere comica, per questo lei per me ha scritto la grammatica della comicità. Ha dato la parola alle donne, è la prima donna autrice: prima le donne erano al servizio della comicità ma non come portatrici di ironia personale. In questo film rappresenta benissimo un personaggio di donna intelligente, delicata, con un immaginario romantico, che si sta per emancipare; quindi rappresenta le paure e le frustrazioni delle donne che ancora oggi vivono e viviamo. Tutto ciò con ironia e giocando con Sophia Loren”.

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Strabioli: “Nella prima sceneggiatura si pensava a due sorelle, poi viste vicine, racconta Franca, abbiamo pensato a due cugine. Cosa ti ha insegnato Franca?”

Minaccioni: “Non reputo conclusa questa lezione, spero di imparare ancora molto da lei. Franca insegna che l’intelligenza fa la differenza, che l’età non esiste, quindi mi spinge a essere più curiosa, e che si può essere rivoluzionari eppure educati: spesso si associa l’idea che le persone che vogliono trasgredire debbano per forza essere maleducate”.

Anna Foglietta: “Franca aveva un modo di recitare inclusivo, nel senso che non rinunciava mai a un certo tipo di manipolazione della parola ma anche di dialetto, che a volte non era neanche preciso, era una lingua inventata: il suo modo di fare il romano sembrava un po’ milanese. E questo ti consente anche una grande libertà interpretativa. Di Franca poi ammiro l’intelligenza, la si vede anche quando recita: nelle pause, nel modo di osservare il mondo, lo fa con questi occhi brillanti nel senso di vivi, che captano ogni cosa. Era un’intelligenza intuitiva, che trasmetteva elaborazione e conoscenza. È ancora oggi una donna con un punto di vista così personale e preciso, che riesce a codificare quello che sta succedendo, e che ha ancora voglia di dire la sua e di lottare. Come film ho scelto Il vedovo perché nonostante ci sia un Alberto Sordi straordinario, Franca Valeri è insuperabile, aspetti che arrivi lei in scena. Qui delinea un personaggio di donna che denigra quest’uomo che chiama cretinetti (e se lo merita), e lo fa con un’eleganza e una sciccheria… ecco lei è snob pur essendo empatica”.

Paolo Mereghetti: “Franca ha lasciato il segno proprio dentro Milano. Anche il modo di gestire il suo successo e di non farsi prendere dalle euforie era qualcosa che apparteneva alle sue radici milanesi: un po’ di pragmatismo lombardo, cioè la capacità di darsi dei limiti e non andare oltre. È proprio la quintessenza della donna capace di essere pratica in ogni momento. I suoi personaggi erano femministi e anche proto femministi. Quando l’abbiamo incontrata, ha detto: Sì è vero, però di un femminismo un po’ strano, io ero femminista dentro”.