#RomaFF14 – Il terremoto di Vanja, di Vinicio Marchioni

In un docufilm dalla pluralità di stili e generi in perfetta linea con Čechov, Marchioni racconta il suo personale adattamento di Zio Vanja, tra l’Italia terremotata e la funzione sociale del teatro

Presentato nella sezione Riflessi della Festa del Cinema di Roma, Il terremoto di Vanja è un docufilm firmato da Vinicio Marchioni sullo spettacolo teatrale tratto da Zio Vanja di Anton Pavlovič Čechov, che lui stesso ha adattato nella provincia italiana distrutta dal terremoto insieme a Milena Mancini e l’autrice Letizia Russo. Quasi volendo rispettare in toto lo stile dell’autore russo, Marchioni costruisce l’opera adottando diversi registri linguistici, a partire dal suo viaggio in Russia alla ricerca dei luoghi vicini allo scrittore, nella forma del bianco e nero. A questo si alternano i suoi personali studi su Čechov e la sua epica, a cui ha dedicato ogni sera degli ultimi quattro anni, trasformati in un ideale quanto suggestivo dialogo col drammaturgo, interpretato “vocalmente” e spiritualmente da Toni Servillo. Ad impreziosire poi il quadro sull’autore, gli interventi di esperti della sua produzione, come il docente di letteratura russa Fausto Malcovati, o di altri registi legati profondamente ad essa, come Gabriele Salvatores (che in un curioso gioco di rimandi, faceva rappresentare Il giardino dei ciliegi ai giovani protagonisti del suo Turnè, nel 1990) e Andrej Končalovskij (che invece ha diretto proprio la sua personale trasposizione di Zio Vanja in un omonimo film del 1970).

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Ma la scoperta di Čechov è pur sempre finalizzata all’adattamento teatrale di Marchioni, Uno Zio Vanja, ed ecco che l’attore e regista apre allo spettatore il dietro le quinte della sua realizzazione, partendo dalla stesura del testo con le altre due autrici alla sua lettura col cast (tra cui figura anche Francesco Montanari nel cruciale ruolo del dottor Astrov), dalle prove al compimento di tutto quell’appassionato lavoro, con alcuni spezzoni dello spettacolo messo in scena. Il terremoto e tutto ciò che rappresenta per le vittime è naturalmente principale oggetto delle loro discussioni, che Marchioni approfondisce visitandone i luoghi (alternando impressionanti clip dei diversi disastri) e soprattutto interrogando coloro che hanno deciso strenuamente di viverci ancora, che con visibile commozione gli raccontano la loro eroica resistenza (ed a loro sarà dedicata la stessa pellicola). Il viaggio prosegue così da Amatrice a L’Aquila, perfetta meta finale della tournée e di conseguenza dell’intero film.

Un viaggio che trasuda di tutto l’amore per Čechov, sia personale che collettivo, e per il teatro stesso, con un interessante quanto inedito sguardo su come si costruisce (tanto tecnicamente quanto emotivamente) uno spettacolo, perlomeno nella sua aderenza alla realtà, restituita concretamente piuttosto che idealizzata come magari accade in altre opere con tale ambientazione, essendo pur sempre di finzione. E proprio le reiterate e coinvolgenti discussioni riguardanti l’adattamento, offrono un ancor più stimolante spunto di riflessione, partendo proprio dalla bontà dell’intuizione di trasporre l’originale in una contemporanea provincia italiana post-terremoto. In questa somiglianza tra la condizione dei protagonisti “russi” e quelli “italiani” si apre un mondo di tristi constatazioni assolutamente prive della caducità del tempo. Se per temi individuali come la perdita, il fallimento, il rimpianto, non stupisce il loro risultare ancora estremamente attuali, il fatto che valga lo stesso per altre questioni più universali, come le pesanti e sempre ripetute colpe dell’umanità, dovrebbe portarci quantomeno a ripensare la nostra idea di evoluzione e progresso.

Ed è a proposito di questa denuncia, e soprattutto a quanto il teatro possa essere il luogo giusto per parlarne, che si concentra, in tutta la sua lodevole umiltà, la parte finale della pellicola. Marchioni si chiede, proprio durante lo spettacolo a L’Aquila, a cosa servirà lo spettacolo a quel pubblico devastato dal terremoto o addirittura se sia davvero necessario fargli riprovare quel dolore; esattamente come Cechov, che il regista stesso riporta, si chiedeva: “fuori sta piovendo, che senso ha?“. Attorno a questo toccante senso di inadeguatezza, nei confronti della condizione umana, della grandezza dell’autore russo e in quegli spettatori “eroici nella resistenza”, che Il terremoto di Vanja trova il suo risultato più affascinante. Mostra, cioè, quella funzione sociale del teatro che si credeva persa, o quantomeno dimenticata, ed è ancor più intrigante pensare che ci riesce attraverso il cinema, il documentario, a testimoniare la valenza dell’arte tutta. Quasi a dire che non importa quale sia il media prescelto per veicolare un preciso messaggio, quanto la sua efficacia nel raggiungere più cuori possibili.

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