#RomaFF14 – Judy, di Rupert Goold

“Tu hai una voce che potrebbe portarti ad Oz”. Quella di Mayer sembrava una promessa. Invece è stata una maledizione. La vita di Judy Garland, la star morta a 47 anni nel 1969, ripercorsa attraverso un unico controcampo: gli inizi e la fine della carriera. Si parte sul set del film che l’ha lanciata, Il mago di Oz (1939) di Victor Fleming, che ha girato quando non aveva ancora 17 anni. Stacco. Londra, inverno 1968. Judy Garland, in ristrettezza economiche, arriva a Londra per una serie di concerti. La voce non è più quella di una volta. A volte arriva in ritardo e si mette a litigare con il pubblico. Altre volte invece a trovare un feeling ideale. Ma è segnata dall’infanzia perduta avendo lavorato sin da bambina quando aveva due anni. E soprattutto dal distacco dai figli.

Basato sullo spettacolo teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, un biopic senza cuore né anima. Che sembra per certi verso somigliare a quello su Jean Seberg, presentato all’ultimo Festival di Venezia. Quasi costruito a tavolino sul corpo di Renée Zellweger per i prossimi Oscar, il film diretto da Rupert Goold non si allontana dalla sua origine teatrale mantenendo una distanza di sicurezza. Che somiglia quasi a quello di uno spettatore annoiato nelle ultime file della platea. La componente mélo è annacquata. Ai biopic del regista interessano i fatti. Si era visto già nel suo primo lungometraggio, True Story, sul rapporto tra il giornalista Michael Finkel e il killer Christian Longo, rispettivamente interpretati da Jonah Hill e James Franco. E qui si gioca tutto il potenziale inferno incantato del set di Il mago di Oz. Con Mayer che diventa, solo per un attimo un’ombra spettrale e minaccia la Garland: “Non azzardarti mai più a boicottare un mio film”. Lì in quell’infanzia negata, c’era già materia narrativa anche per un solo film: le pillole al posto del cibo, le continue costrizione a cui la giovane star era sottoposta. Ma le lampadine delle luci dello spettacolo di Judy vanno a intermittenza quando non sono del tutto fulminate. I numeri dei concerti sono di routine. La tristezza della Garland viene trasportata solo dal palcoscenico al privato come un monotono ping-pong. E soprattutto il film si gioca uno dei momenti potenzialmente più vivi: la cena a casa della coppia omosessuale che stravede per lei dopo aver vagato per Londra. Ci si poteva perdere nell’illusione di un altro sogno. E nelle sue percezioni. Come quelle in cui non sembra sentire il pubblico. Ma è un cinema che non ce la fa, nemmeno minimamente, a uscire dalla storia di Judy Garland per provare a dialogare con lei.

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