#RomaFF14 – La Belle Époque, di Nicolas Bedos

Non sono viaggi nel tempo. La Belle Époque è soprattutto il tentativo di ricostruire le memorie personali e la Storia nel presente. Troviamo quindi Heminghway che però non beve, Hitler spaventato dall’irruzione di un’altra storia. Forse ci sono tutti i meccanismi del cinema. I set in costruzione, le luci, la scansione dei momenti drammaturgicamente più importanti. Quasi pezzi di pù film che si girano contemporaneamente. E quello più importante riguarda Victor (Daniel Auteuil). Prima era un appassionato fumettista. Ora è un sessantenne annoiato. Tradito dalla moglie Marianne (Fanny Ardant) ed estraneo ad ogni forma di comunicazione digitale, ha però l’occasione di rivivere il giorno più bello della sua vita; il 16 maggio del 1974 è infatti il giorno in cui ha incontrato la donna della sua vita a Lione. Grazie a un eccentrico imprenditore (Guillaume Canet), quel momento viene appositamente ricostruito con tutti i dettagli. Victor torna al look di 45 anni prima e cerca così di movimentare di nuovo la sua esistenza.

Sembra un film pirotecnico, ma una volta smascherati i propri artifici (teatrali, storici), l’obiettivo è quello di procedere fino alla fine senza intoppi. Nella relazione tra Victor e Marianne, sembrano esserci dei frammenti sull’entusiasmo e sulle difficoltà della vita di coppia che avevano caratterizzato il film precedente di Bedos, Un amore sopra le righe. Che forse è la parte più nascosta ma che funziona meglio in La Belle Époque. Con frasi lapidarie come quella che dice Marianne a Victor: “Quando dormo con te sento che invecchio più velocemente”. Poi però Bedos si affida a tutte le sue acrobazie di scritture. Il vero è la finzione. E viceversa.

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Il lirismo sconfina con la parodia, i sentimenti con la caricatura. Tanti pezzi di un film già rotto, che lascia urlare i propri dialoghi (“Negli anni ’70 c’erano i ricchi e i poveri. Destra e sinistra. Difendevi gli immigrati senza preoccuparsi per l’economia”). Sembra di guardare Claude Lelouch nella simulazione di Pierre Arditi che può ancora parlare del padre. In realtà il cinema di Bedos si spaccia per quello di Claude Sautet mescolandolo con Black Mirror. Tante intuizioni ingannatrici. Perché in realtà non c’è consistenza. Il set scricchiola. Non c’è il trasporto di Richard Curtis. E se si sovrappongono La Belle Époque con About Time il confronto è impietoso. Qui Daniel Auteil e Fanny Ardant sembrano essere solo in attesa di aspettare il loro destino. Come in un film terminale. L’unico raggio di luce è Doria Tillier, già protagonista del film precedente del regista. Davvero figura mutante in un cinema sorprendentemente già vecchio per un regista al secondo film.

 

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