#RomaFF14 – La volta buona, di Vincenzo Marra

Qualche anno fa, ai tempi de L’ora di punta, film piegato sotto il peso delle sue ambizioni, qualcuno di noi aveva paragonato Vincenzo Marra “a quei fenomeni della pelota del napoletano, bruciati troppo presto e senza pietà”. Dalla storia di La volta buona viene quasi da pensare che, dopo oltre un decennio, Marra si sia ricordato di quel paragone. Del resto, leggenda vuole che davvero a calcio sia sempre stato molto bravo. Chissà, qualcosa sarà rimasta nell’aria. Di sicuro la vocazione, il gusto del palleggio, della triangolazione, della traiettoria imprevista e inarrestabile…

Bartolomeo è un procuratore sportivo ormai sul lastrico. Si è indebitato anche per il vizio delle “macchinette”, ha divorziato dalla moglie e la figlia rifiuta di incontrarlo. Sopravvive di espedienti, affarucci di quart’ordine, ma le persone a cui deve soldi non scherzano. Sembra aver perso anche la capacità di riconoscere le qualità di un calciatore. Insomma, sembrerebbe un uomo “finito”. Ma un giorno riceve una telefonata dall’Uruguay: un suo vecchio amico, un altro disperato, giura di avere trovato un ragazzino che è un fenomeno. Bartolomeo riesce a mettere insieme i soldi per volare fino Montevideo e, finalmente, incontra Pablito, che ha davvero talento da vendere, ma vive nella povertà più nera, al punto da esibirsi ai semafori per tirare su qualche spicciolo. Ma, insomma, potrebbe essere l’affare della vita: per il procuratore fallito, per il suo amico cialtrone, per il ragazzino e la sua famiglia. Che sia la volta buona per tutti?

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Sì, potrebbe sembrare una storia di caduta e riscatto, come fosse un’altra di quelle magnifiche parabole sportive in cui la vittoria arriva all’ultimo, in piena zona Cesarini. Ma, in verità, la promessa rimane una pura alea, un affare da gambling, malattia da slot machine. Qualcosa da rimandare a un altro tempo supplementare, senza che probabilmente ci sia davvero l’occasione di andare oltre i novanta minuti…  No, se c’è riscatto, non è qualcosa che ha a che fare con la vittoria e le troppo alterne fortune del successo. È qualcosa che riguarda l’anima, il piano dei rapporti umani, la fatica della consapevolezza e della responsabilità. E in questo senso, La volta buona appare davvero un film intimo, sincero, quasi senza rete di protezione. Del resto già con L’equilibrio Marra era riuscito, pur tra varie incertezze, a dar espressione a un grumo di dolore autentico, quasi disperato, che in qualche modo sembrava ripensare alcune incolpevoli guasconate del suo cinema precedente. Fino all’urlo rabbioso di una bestemmia che assomigliava all’ammissione di un vicolo cieco e a una richiesta d’aiuto.

Qui, l’atmosfera in parte è diversa. Pare essersi un po’ alleggerita, al punto che non mancano i momenti di gioco e divertimento, quasi da commedia d’altri tempi, grazie anche al romanesco “istituzionale” e ormai quasi parodistico, al cazzeggio sordiano a cui si lasciano andare molto spesso Massimo Ghini e Max Tortora (a cui non sfuggono neanche le apparizioni di Massimo Wertmüller, fratello prete teneramente macchiettistico). Il procuratore nel pallone… Una vita difficile… Sì, si può sorridere, ma non è questo il punto. Ancor più del ritratto di un mondo sportivo cinico e spietato, ciò che resta netto, definito è questo spettro del fallimento, che davvero è la paura profonda del film. E a volte si ha quasi l’impressione che Vincenzo Marra sia un po’ come il suo Pablito. Ha un talento da fuoriclasse, ma rischia di avere un fisico troppo gracile per reggere. E perciò deve anche accontentarsi dei campetti di quartiere, destreggiarsi tra i palloni e le divise parrocchiali. Salvo poi dimostrare, tra le righe, la grazia del tocco. Con cui disegnare un impossibile rapporto padre-figlio di purezza commovente.

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