#RomaFF14 – Lorenzo Mattotti racconta La famosa invasione degli orsi in Sicilia

“Nato per caso a Brescia perché il padre era un militare e si spostava – però è di origini lombarde – è uno dei più grandi disegnatori di novel story: Il signor Spartaco, Fuochi, L’uomo alla finestra, Stigmate, La stanza, Il rumore della brina, The Raven, dove si intrecciava Lou Reed con Edgar Allan Poe, Ghirlanda. Ha fatto moltissime copertine per il New Yorker, Vanity Fair, Lo straniero. Ha lavorato al cinema per la prima volta in Eros di Antonioni, Wong Kar-wai e Soderbergh, dove ha disegnato i raccordi tra gli episodi; ha diretto un episodio del film collettivo Peur(s) du noir; ha disegnato gli sfondi e i personaggi del Pinocchio di D’Alò. E adesso si presenta con La famosa invasione degli orsi in Sicilia“. Così Paolo Mereghetti introduce Lorenzo Mattotti, ospite ad Alice nella città dove ha presentato in Concorso il suo film di animazione, di cui è anche sceneggiatore insieme a Thomas Bidegain e Jean-Luc Fromental.

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Non si può che cominciare dalla scoperta di Dino Buzzati e del suo romanzo, da cui il film è tratto: “Buzzati fa parte della mia cultura. Quando avevo 16 anni ho scoperto i racconti, i primi romanzi e anche i romanzi corti: Bàrnabo delle montagne, Il segreto del Bosco Vecchio e Poema a fumetti. Ero giovane, mi piacevano La boutique del mistero, gli ex voto di Santa Rita. Buzzati era influenzato dal surrealismo, dalla metafisica ma aveva qualcosa di personale, che non si riesce ad afferrare. Questo mondo mi ha influenzato molto per il mio mestiere. In Spartaco, che è un delirio poetico, il personaggio nelle sue memorie scappa dalla guerra e si rifugia in un carro armato abbandonato dove trova dei libri e si nutre di letteratura: per sopravvivere mangia un libro di Buzzati. La famosa invasione degli orsi è stata fatta da Buzzati per Il Corriere dei Piccoli, e leggendo questi episodi si vede come se li inventava mano a mano e ci sono degli schizzi degli orsi che non sono stati sviluppati. È pieno di storie parallele alla storia principale.”

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Come ti sei posto di fronte ai suoi disegni?
“Ho sempre reputato Buzzati uno della famiglia, quindi non ho mai avuto la sensazione di tradirlo se nei miei disegni inserivo dei suoi riferimenti, anzi avevo l’impressione di farlo conoscere al mondo e di valorizzarlo; e il fatto di partire dai suoi disegni mi ha tranquillizzato. Ci sono tantissime piccole idee seminate nel libro: ad esempio le nuvole che tagliano le montagne, gli abeti altissimi, le immagini della città e poi abbiamo seminato anche i suoi disegni all’interno del film. Chiaro che poi abbiamo dovuto spettacolarizzare e valorizzare di più questo mondo di fantasia. Una caratteristica del romanzo è il continuo rapporto diretto con il pubblico dei lettori, e noi volevamo mantenerlo. Un altro piccolo problema è che nel romanzo non c’è un personaggio femminile, per questo abbiamo inventato Almerina e il cantastorie, che ci ha permesso anche di risolvere il problema del narratore. Almerina era il nome della vedova Buzzati grazie alla quale abbiamo avuto i diritti per fare il film. All’inizio non voleva perché diceva che era già disegnato e non c’era motivo di ridisegnarlo, però forse non si rendeva conto della potenzialità di questa storia di portarla a un pubblico più giovane e farne un film d’animazione”.

“Fare un film di animazione prende in media 5-6 anni, è stato un salto nel vuoto. Ogni giorno mi chiedevo: chi me l’ha fatto fare, però mi dicevo che era il momento di provare, di fare qualcosa per il pubblico giovane, di mettermi in causa rimettendo in discussione il mio ritmo e il mio lavoro. Buzzati fa parte del nostro patrimonio e della nostra cultura. Il mio obiettivo è preparare il pubblico dei giovani alla cultura dell’immagine. Dobbiamo creare un alfabeto per loro, fare un lavoro di divulgazione. All’inizio con gli sceneggiatori dicevo di non cambiare nulla. Poi mi sono accorto che il linguaggio del cinema ha una sua logica e quando cambiavamo qualcosa ci chiedevamo se avesse uno stile buzzatiano, e spiegarlo a due sceneggiatori francesi è stata un’altra piroetta mortale. Quindi alla fine abbiamo tradito Buzzati però alla sua maniera”.

Qual è il cinema che ti piace?
“Da piccolo con i miei fratelli avevamo la possibilità di entrare al cinema gratis. Eravamo onnivori, vedevamo i peplum, gli spaghetti western, le grandi commedie francesi e italiane, La via lattea di Buñuel, Il vangelo secondo Matteo di Pasolini, i film di Fellini. E poi sono della generazione che ha amato il cinema indipendente americano, anche Fat City di John Huston, Harold e Maude, l’Altman meno conosciuto, Alain Tanner, il nuovo cinema tedesco con Herzog, il primo Wenders, Fassbinder; e Tarkovskij. Mi affascinavamo questi film che erano esperienze vere, dove il cinema diventava realtà”.

Le scelta delle voci

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Antonio Albanese fa Gedeone, re Leonzio è Toni Servillo, Salnitro è Corrado Guzzanti e poi c’è il vecchio orso che ha la voce di Andrea Camilleri che mi ha fatto un grande regalo. Per il cast francese, volevamo usare attori italiani che parlassero bene francese. Poi ci siamo accorti che era una cosa impossibile da fare e siamo tornati a fare un cast francese: tra le voci c’è quella di Jean-Claude Carrière, uno dei più grandi sceneggiatori del cinema francese (ha lavorato con Truffaut, Buñuel). Lui era perfetto per fare il vecchio orso. Quando abbiamo iniziato a fare il casting per il doppiaggio italiano, l’unico con questa voce cavernosa era Andrea Camilleri. All’inizio si è un po’ negato, era già malato e aveva paura di non farcela. Poi ci abbiamo riprovato, abbiamo creato una piccola troupe per andare a registrare a casa sua, e alla fine si è anche divertito. Camilleri aggiunge al film per noi italiani una presenza fantastica e commovente“.

Lo stile
“Ho tentato di caratterizzare in modo forte e grafico il film, partendo dai disegni di Buzzati e dai miei: è un misto di memorie, ho voluto lavorare anche molto sulle prospettive e la profondità. Volevo uno stile grafico limpido. I colori hanno molta importanza perché danno energia e colpi di luci alle scene. Volevo che non ci fosse lo stile mattottiano, non volevo che ci fossero il pastello e le matite, che ci fosse la sensazione della carta, che il cinema andasse dentro un foglio di carta, volevo che l’illustrazione andasse nel cinema utilizzando l’aria che c’è nello schermo e non dare il senso di disegno che si anima. E pensavo a uno stile proprio degli orsi: sono partito dall’idea che il film dovesse trovare il suo stile, e lo ha fatto grazie anche ai miei scenografi e ai miei animatori”.