#RomaFF14 – Mollami, di Matteo Gentiloni

Presentato in Panorama Italia ad Alice nella città, Mollami è l’opera prima di Matteo Gentiloni che sin dall’inizio cerca di uscire fuori dagli schemi di una narrazione lineare attraverso il racconto della protagonista, Valentina (Martina Gatti), una ragazza che a causa di una tragedia familiare di cui si sente responsabile vive da anni con un enorme, ingombrante, peloso e morbidoso senso di colpa chiamato Renato (che ha la voce di Neri Marcorè). L’essere, di colore blu e goloso di patatine, non è il solo a materializzarsi sullo schermo: ricordi, versioni alternative della realtà ed elementi che interrompono il flusso di finzione si susseguono in modo funzionale in una storia che è prima di tutto un viaggio all’interno di una coscienza tormentata. Per placare l’asfissia del suo dolore, Valentina fa infatti uso di droghe sintetiche, motivo che porterà il padre (Gian Marco Tognazzi), uomo assente e apparentemente egoista, a decidere di mandare la figlia in una clinica di riabilitazione.

Il film si sviluppa così sull’impianto più classico del road movie con situazioni e personaggi comici, anch’essi mai autoreferenziali, utili piuttosto a raccontare con leggerezza l’evoluzione del conflitto. Tra questi il giovane e bell’Antonio (Alessandro Sperduti) – avvocato praticante, in realtà autista e schiavo personale del padre di Valentina – che la accompagnerà su e giù per l’Italia mettendo in discussione la sua vita privata e professionale: un personaggio che avrebbe meritato una caratterizzazione meno marcata e che diventa controparte razionale della protagonista. Quest’ultima presenta invece una maggiore rotondità e Martina Gatti dal suo canto dà una prova molto convincente traducendo insicurezze e paure di una persona che ha bisogno di essere accettata e di ritrovare il contatto con con se stessa e con una madre (Caterina Guzzanti) che l’aveva abbandonata e che affronta, come Valentina, una battaglia quotidiana contro i suoi demoni.

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Un discorso a parte merita Renato, opera dell’italiana Makinarium, che si è occupata dell’intera realizzazione: dal design del personaggio alla costruzioni delle parti meccaniche fino all’impiego di puppetteers per i movimenti – continuando la lunga e fascinosa tradizione di maestri artigiani quali Rambaldi. Il pupazzo animatronico costituisce in fondo l’originalità del film e di un esordio che avrebbe potuto essere più incisivo se Gentiloni si fosse completamente abbandonato a questo immaginario fantastico ed eccentrico per raccontare il reale.

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