#RomaFF14 – One More Jump, di Emanuele Gerosa

One More Jump. Ancora un salto, per poter oltrepassare quel muro, quella barriera spinata invalicabile. É quello che cercano di fare i protagonisti del documentario scritto e diretto da Emanuele Gerosa.

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La storia parallela di due amici, fondatori del gruppo “Gaza Parkour & Free Running Team” e appassionati praticanti di questo sport, si sviluppa tra Gaza, l’Italia e la Svezia: Abdallah parte, straniero e migrante in un’Europa deludente, nel tentativo (fallito) di diventare un atleta professionista, finendo su una sedia a rotelle a causa di un incidente; Jehad sogna di andarsene, ma non riuscirà mai nell’intento, poiché gli sarà negata ogni opportunità di miglioramento.

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Due vicende reali di riscatto e fallimento, di speranza e delusione, che il regista ha scoperto e deciso di portare sul grande schermo. Due figure drammatiche, raccontate attraverso riprese ravvicinate in primo piano e inseguimenti “di spalle” da parte della macchina da presa, testimone silente e discreta, ma sempre vigile, di ogni spostamento. Al contrasto tra le inquadrature, solitamente fisse, e il perenne movimento delle figure riprese (sin dalla corsa e dalle acrobazie dei giovani atleti tra le rovine palestinesi nella prima sequenza), si accompagnano scelte stilistiche originali e poetiche (come l’uso ripetuto del contre-plongée, nella ripresa iniziale degli edifici visti dal basso e, successivamente, durante i salti dei ragazzi “a testa in giù”, con il sottofondo del cielo). 

La scelta dell’immagine e del suono in presa diretta, dei paesaggi esterni e della luce per lo più naturale, aggiungono un tono più autentico alla vera storia dei protagonisti. Le strutture, degradate dai bombardamenti e dall’incuria, che essi attraversano acquistano nuova linfa vitale grazie al loro utilizzo rivoluzionario. Persino le tombe vengono sfruttate per esercitarsi in acrobazie, nell’intento di esorcizzare anche la morte attraverso capriole mozzafiato. 

La questione israelo-palestinese viene affrontata, ma lasciata in sordina e subordinata alla metafora principale del parkour come insegnamento di vita: la pratica, l’esercizio, la fatica, il fallimento e la capacità di rialzarsi per tentare ancora. Non solo un’attività, un passatempo per fugare la noia e la paura di una situazione politica costantemente sul filo del rasoio, ma una vera e propria disciplina. In una realtà instabile, continuamente minacciata dai bombardamenti, e costrittiva, in una sorta di gabbia a cielo aperto, il parkour assume per i giovani di Gaza una funzione liberatoria: nella dimensione “parallela”, quasi da sogno, in cui questo sport riesce a calarli, essi possono finalmente allontanarsi dalle preoccupazioni quotidiane e future del perenne clima conflittuale. 

«Anche se rimanessi a Gaza per un milione di anni, non sarei mai in grado di costruirmi un futuro», afferma Jehad, in uno dei suoi numerosi momenti di malinconica riflessione. Quel che serve per andare avanti è proprio imparare a cadere nel modo giusto, evitando di farsi male, a seconda del terreno più o meno duro. La spiegazione del ragazzo ai suoi giovani allievi di parkour rappresenta già di per sé la metafora dell’esistenza, con i suoi cinque valori fondamentali: non c’è competizione, bisogna stare sempre all’erta, imparare ad avere rispetto, sicurezza, modestia. Caratteristiche imprescindibili per riuscire a compiere quel “salto in più” necessario per superare il muro della separazione, dell’indifferenza, dell’intolleranza.

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