#RomaFF14 – Run with the Hunted, di John Swab

Potrebbe essere un’America qualsiasi quella in cui si avventura Oscar, ragazzino silenzioso e predestinato. Un’America interna, anonima, solitaria, sospesa in quel limbo incerto tra il fascino della natura e l’inquietudine del nulla. La pesca al fiume con il padre “predicatore”, severo e distante, i vagabondaggi in aperta campagna, i giochi con la piccola vicina Loux e il suo fratellino Amos, vittime di un padre nullafacente, ubriacone e depravato… Dove siamo? Rischiamo di perderci tra i sentieri e gli orizzonti. Ma dopo che Oscar ha commesso l’irreparabile ed è costretto a scappare da casa, nascondendosi nel furgone di un lattaio, ecco che, a un certo punto, si staglia l’inquietante skyline di Tulsa, Oklahoma, la città dei ragazzi della 56ª strada e di Rusty il selvaggio. Il punto di riferimento coppoliano riscrive le coordinate e rimette in equilibrio il nostro orientamento. E non è un caso che quando  Oscar riappare quindici anni dopo, con il volto ormai segnato di Michael Pitt, stia leggendo proprio Rumble Fish, il romanzo di Susan E. Hinton. Quasi a voler riconoscere la geografia e la storia dei suoi luoghi. Sono segni furtivi, magari destinati a passare inosservati. Ma l’immaginario, pur se nascosto, vale ancora come una bussola infallibile.

John Swab, al suo secondo lungometraggio, si muove a vista lungo piste già tracciate. Gang di adolescenti, il racconto di genere che si piega alle forme di un cinema indipendente (o sotterraneo) che sembra venir fuori dalle viscere degli anni ’80… Dei giovani rapinatori agiscono sotto l’ala del temibile Birdie, un Ron Perlman che sembra l’incarnazione stanca del fato. Oscar viene introdotto nella banda da Peaches, ragazzina intelligente e svelta, la preferita del boss. Per lei è chiaramente amore a prima vista, uno di quei colpi di fulmine adolescenziali che possono essere la condanna di una vita. Oscar le promette di non abbandonarla mai. Ma la sua anima è indissolubilmente legata a quella di Loux. Quando la vicina di un tempo si rimetterà sulle sue tracce, quindici anni dopo, cosa accadrà? L’innocenza e la colpa, il desiderio e il destino. Ma sopra ogni cosa, un senso di vuoto incolmabile…

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Sì, Swab mostra i segni dei riferimenti, da Coppola fino a Refn, che lampeggia, a intermittenza, in quelle luci rosse degli interni. Ma è anche consapevole di ciò di cui parla, lo sente, lo vede, lo condivide. Perciò il suo sguardo non bara, non indulge nelle derivazioni e negli ammiccamenti. Rimane assolutamente autentico, sincero, originale. Per lui contano l’anima più profonda dei personaggi e l’atmosfera in cui si muovono. Perciò tutto il resto finisce per aver poco peso, per perdersi nell’indifferenza di ciò che va non detto spiegato. Le piste non conducono a nulla, tutto si apre e niente si chiude. Ogni cosa va alla deriva, il racconto, la verosimiglianza delle scene e delle svolte, persino quel sospetto di estetismo che si affaccia ogni tanto tra le immagini. Qualcuno può storcere il naso, appellarsi alla credibilità e della coerenza. Ma l’obiezione è solo un altro modo per affermare la schiavitù della scrittura, la tirannia d’autore di un destino divino, inappellabile. Swab, invece, sceglie di lasciar passare l’aria e di spiazzare le certezze. Si dà e ci dà una possibilità, la libertà disperata di correre con le prede. E non è poco.

 

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