#RomaFF14 – Tantas Almas, di Nicolás Rincón Gille

Per i sognatori inguaribili, cresciuti con la testa immersa nei libri, la Colombia fluviale, fatta di villaggi coloratissimi nascosti da una vegetazione lussureggiante, fa riemergere subito suggestioni marqueziane: la famiglia Buendía, la mitica Macondo, un battello che batte bandiera gialla e amori lunghi una vita.

Quel mistero, allo stesso tempo misticheggiante e profano, che affiora dalla realtà più cruda e la trasfigura, è la bussola per leggere e attraversare un paese ridotto a brandelli. Oltre alla Colombia di Pablo Escobar, oltre ai narcos, alle armi, alla droga, che così tanto hanno oggi colonizzato l’immaginario delle persone, le cose si tingono di magia e credenze, aprendo le porte a un mondo di spiriti, demoni e uccelli di passaggio.

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Proprio da qui, da quel realismo magico che sembra appartenere al patrimonio genetico della nazione e forse dell’intero continente, muove il cinema di Nicolás Rincón Gille col suo film Tantas Almas, seguendo la strada tracciata dal regista conterraneo Ciro Guerra in Oro Verde e in El Abrazo de la serpiente.

Le tante anime di cui si parla sono quelle accolte dal fiume Magdalena, che con il suo nome di donna ci ricorda una sirena omerica, pronta a chiamare a sé gli sventurati naviganti. Non ci sono più pesci nel suo letto, solo cadaveri.

Come nella sua opera precedente Los Abrazos del río, documentario girato sulle rive del Magdalena, fulcro della topografia filmica di Rincón Gille, la realtà che il regista ci mostra è brutale: siamo nel 2002, nel pieno del conflitto civile tra esercito e paramilitari. Il pescatore José (José Arley de Jesùs Carvallido Lobo), rientrato da una notte di lavoro, scopre che i suoi due figli Dioniso e Rafael sono stati presi e trucidati dai guerriglieri che hanno gettato i loro corpi nel fiume. La regola non scritta di un paese in balìa della violenza vieta che i corpi dei morti vengano toccati, eppure José non può darsi pace,  deve trovare i suoi figli e dargli degna sepoltura, evitando così che le loro anime girino per sempre a vuoto, tormentate.

Inizia così un viaggio iniziatico lungo il fiume infernale, dai contorni danteschi e dall’eco tragica. La missione di questo padre è infatti simile a quella della figlia e sorella più celebre della letteratura: José, come Antigone, è costretto a sfidare una legge inumana, quella dello stato (o del para-stato) in nome del legame di sangue, della legge della famiglia.

Il cammino di José, lento e placido come il fiume che lo guida, è quello topico dell’eroe, costellato di incontri, pericoli, reliquie “magiche” e aiutanti. La struttura della narrazione non è certo originale, eppure, grazie alla potenza dello sguardo e del portamento di questo padre martire, solo nella sua epopea, il film riesce  a superare i pericoli e i difetti insiti in un’opera fatta di silenzi e preghiere, di inquadrature fisse e luci naturali.

Questo perché il cinema di  Rincón Gille guarda certo alla grande letteratura, alla magia che squarcia la realtà, alle saghe familiari del continente latinoamericano, «maiuscola America» – come la chiamava qualcuno – che ha molto sofferto, ma è mosso da un’intima urgenza di verità.

Ciò che importa a Rincón Gille, confondendoci nel suo gioco tra realtà e finzione, documentario e fiction, è letteralmente portare a galla la tragedia sommersa di un paese fatto a pezzi. La sua impresa, come quella di Josè è di ravvivare la memoria, di elaborare un lutto che è insieme personale e collettivo. Seguire questo padre, accompagnarlo fino al cimitero in un villaggio lontano, diviene allora un dovere, come lo è quello del ricordo.

E in quella barca che parte via all’alba, in un uomo che ha finalmente raggiunto la missione, possiamo forse trovare un finale diverso per tutti quei colombiani che per anni hanno cercato giustizia.

Tantas Almas è dedicato a loro.

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