#RomaFF14 – Your Mum and Dad, di Klaartje Quirijns

‘They fuck you up, your mum and dad. They may not mean to but they do. They fill you with the faults they had and add some extra, just for you.’

Ispirato dalla poesia di Philip Larkin “This be the Verse“, i cui “versi” aprono e si ripercuotono per tutta la visione, Your Mum and Dad, documentario olandese presentato in selezione ufficiale nella corrente Festa del Cinema di Roma, cerca di esplorare la potente incidenza delle relazioni familiari sulla formazione di ogni singolo individuo. Per farlo, la regista Klaartje Quirijns mette su un’interessante quanto curiosa operazione: da una parte mostra la seduta terapeutica del newyorchese Michael Moskowitz, psicologo a sua volta, che fa risalire tutte le proprie turbe alla complessa figura della madre, fuggita a diciassette anni dalla Cecoslovacchia prima dello scoppio della II guerra mondiale; dall’altra, ripercorre la storia della sua stessa famiglia, interrogando i propri genitori a proposito di un devastante trauma che in passato ha colpito tutti loro.

Tutta la prima parte della pellicola è una successione, volutamente confusa se non piuttosto astrusa, di pensieri, di aneddoti personali e di concetti esistenziali, proprio come se il film stesso fosse costruito secondo il modello di una lunga seduta terapeutica. Ora Moskowitz, ora la Quirijins, interrogano prima se stessi poi i propri genitori, e quello che più stupisce di quest’indagine è proprio come delle personalità e dei vissuti all’apparenza tanto distanti (se non per un singolo evento terribile che accomuna tragicamente entrambe le famiglie), arrivino a causare simili conseguenze e turbamenti nella psiche di ciascun soggetto esaminato. In questa sequenza di accuse e di sensi di colpa che cambiano continuamente padrone, il ruolo principale lo gioca un montaggio, fatto di immagini sia di repertorio sia comuni, preoccupato principalmente di instillare associazioni d’idee e sensazioni, invece di assumere la sua tradizionale funzione esplicativa e narrativa.

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Your mum and dad si rivela così un’opera quasi “meta-psicologica” (vista anche la professione di Moskowitz), che attraversa più generazioni e ragiona su tematiche universali, famiglia e abusi, razzismo e sociologia, elaborazione del lutto ed auto-distruzione, comunicabilità ed educazione, dove alla fine ciò che davvero emerge è però la circolarità. Proprio come in una seduta, infatti, più il percorso del “paziente” va avanti e quindi con esso il film stesso, più tutto si dirada. La ragione, che fin lì aveva dominato la componente verbale della pellicola (anche nella sua assenza, come il silenzio della madre della regista a proposito del loro trauma familiare), viene finalmente sostituita dal sentimento, che invece esplode in tutta la parte finale (con le lacrime della stessa madre, la quale finalmente decide di aprirsi).

La seduta, allora, consuma la propria riuscita in diretta, tanto per chi è davanti la macchina da presa tanto (e soprattutto) per chi la governa, con la regista che arriva a consigliare, a intervenire e a commuoversi (off-screen) insieme ai propri intervistati. Lo sguardo non è più tecnico e distaccato ma completamente emotivo, svelando al tempo stesso il vero scopo di tutta la pellicola. In questa sorta di passaggio da meta-psicologia a meta-cinema, l’aspetto forse più interessante di Your mum and dad, il suo compimento più grande, sta proprio qui, nel suo rappresentare la prova concreta e visibile di quanto lo sguardo indagatore del documentario può essere forte e influente, addirittura “usandolo” per auto-analizzarsi e migliorarsi con esso.

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