#RomaFF16 – Incontro ravvicinato con i Manetti Bros.

I due registi hanno ripercorso la loro carriera, parlando del loro metodo e delle loro ispirazioni, presentando infine una clip esclusiva del prossimo Diabolik, in uscita il 16 dicembre 2021

Dobbiamo fare una precisazione in via amichevole, perché il titolo dell’incontro è sbagliato: non siamo cresciuti a pane e B-Movies”. Una precisazione importante per due registi che dai più sono noti per la loro vicinanza al cinema di genere, che sia la fantascienza di L’arrivo di Wang, l’horror di Zora la vampira o il musical di Ammore e Malavita. “Il cosiddetto Cinema di serie B lo abbiamo conosciuto mentre lo citavamo. Da piccoli vedevamo di tutto e registravamo in tv anche quello che non vedevamo. Siamo cresciuti principalmente con il cinema statunitense, Spielberg e Carpenter in particolare, e in un secondo momento è venuto il cinema orientale”.

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Il nostro maestro è comunque sempre stato Hitchcock. Quando non sappiamo come girare una scena, pensiamo sempre a come avrebbe fatto lui”. Esattamente come il grande regista britannico che, come ricordano i due registi, si sminuiva quando François Truffaut lo chiamava maestro, i Manetti bros. cercano di mantenere i piedi per terra. “Non siamo sboroni, non cerchiamo mai di fare di più di quel che possiamo fare. Per questo quando sono finite le riprese di Piano 17 sono scoppiato a piangere”, si lascia andare Marco, ripensando alla lavorazione del loro secondo film, girato con soli €70.000. “Sapevo sarebbe stata un’esperienza di libertà irripetibile. Venivamo dal fallimento di Zora la vampira. Dico così non tanto per gli incassi quanto per esperienza sul set: avevamo troppi mezzi. Piano 17 ha invece creato il metodo per la nostra carriera successiva, essendo stata pure la prima volta in cui eravamo produttori”.

Un metodo che riguarda anche le dinamiche sul set: “Non è un caso se il 98% dei registi lavora da solo. Probabilmente possiamo lavorare insieme soprattutto perché siamo fratelli, tra di noi non c’è competizione se non in momenti passeggeri. Le scelte dell’uno diventano le scelte dell’altro. Sul set io (Marco, ndr) mi dedico subito agli attori, lui invece, che è anche operatore, osserva come nasce la scena e sceglie come girarla. Ovviamente, entrambi abbiamo voce in capitolo sulle scelte dell’altro”. Un regista che manovra la macchina da presa, un fatto che nel cinema passato poteva essere visto come sacrilegio. “Siamo del Comitato Liberazione Macchina. Normalmente se un direttore della fotografia dice all’operatore di non andare a inquadrare una parte illuminata male, questo non ci va. Se ci siamo noi, non funziona così. Per noi è più importante l’attore della luce”.

I Manetti bros. sono romani, ma spiegano il loro rapporto speciale con due città: Bologna (“La nostra città d’adozione”) e Napoli, al centro dei loro ultimi due film Song’e Napule e Ammore e Malavita. “Il primo è stato il film che abbiamo fatto travolti da una città che a ogni angolo ti offre qualcosa che ti ispira. Il secondo è stato per noi l’approdo al successo”, oltre che esser stato una felice e inaspettata incursione nel genere del musical. “L’equilibrio tra musica e dialoghi è stato frutto non solo di incoscienza, ma anche di tanto lavoro. Ci siamo rivisti tutti i musical del nostro cuore, cronometrando il rapporto tra dialoghi e musica. Abbiamo pensato che Grease avesse il rapporto migliore. Poi, abbiamo scritto la sceneggiatura, cercando di fare una cosa che molti musical italiani, anche appartenenti al passato, non facevano: far portare avanti la storia dalla musica, che non deve essere solamente una parentesi. Quindi in sceneggiatura lasciavamo liberi degli spazi, dicendo che lì ci sarebbe dovuta essere una canzone che parlava di questo o quell’altro”. Per riempire lo spazio vuoto, nel frattempo, ponevano delle canzoni che potessero descrivere al meglio le atmosfere che volevano raggiungere. “Così è nata l’idea di fare una canzone di Flashdance in napoletano”.

In coda all’incontro, moderato da Alberto Crespi e Francesco Zippel, c’è spazio per una clip esclusiva di Diabolik. Un inseguimento in macchina (“Lo abbiamo girato in tre città diverse per creare la nostra Clerville”) con il titolo che compare in un cielo burrascoso quando, con un trucco, il Diabolik di Luca Marinelli riesce a sfuggire al commissario Valerio Mastandrea. “Per noi è molto emozionante. È un personaggio incredibile, il coronamento del voler girare ciò che ci piace. È in grado di farci stare dalla parte del male”. Ma per farlo, bisognerà aspettare il prossimo 16 dicembre, quando il film, pronto già prima della pandemia, uscirà nelle sale.

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