RomaFictionFest 2008 – "68", di Patrick Rotman (Factual)

E’ in questo anno, il 1968, che si concentrano in maniera vertiginosa le spinte ribellistiche di un’intera generazione. Le nazioni in cui gli scontri e le proteste esplosero furono molte. Uguale per tutti fu lo spirito di rivolta, lo stesso desiderio di cambiamento. Il documentario di Patrick Rotman ripercorre in maniera cronologica i fatti e gli avvenimenti più importanti del 1968. La guerra nel Vietnam, le proteste degli studenti americani, la primavera di Praga, il maggio francese, l’uccisione di Robert Kennedy e Martin Luther King, le Pantere Nere. Il regista lavora esclusivamente su materiali d’epoca, nessuna intervista a posteriori, la voce narrante racconta la storia di quell’anno, quando un incendio rivoluzionario senza precedenti scoppiò per le strade di molte città. Emozionanti, per ogni critico cinematografico e non solo, le immagini di Truffaut e Godard che dichiarano chiuso il Festival di Cannes, per solidarietà con gli studenti.

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Quell’anno è poi diventato una data da ricordare. Nostalgicamente. Come se un momento simile non fosse più ripetibile. E in effetti il 1968 è l’ultima data “simbolo” che si ricordi. Dopo quaranta anni ancora non è arrivato un anno simile. Con la gente per strada, con la voglia di gridare il proprio disaccordo, con la speranza di un sistema di vita diverso. La morte delle utopie e dei sogni è il delitto più grave che una società può compiere su chi vi appartiene. E nei tristi giorni in cui ci ritroviamo a vivere la realtà è proprio questa. Il futuro (ammesso che esista) appare inimmaginabile.
Collante delle immagini è una magnifica colonna sonora: Dylan, Hendrix, i Doors, Janis Joplin, Rolling Stones. E’ incredibile come il rock e le immagini degli scontri, da un punto di vista filmico, si sposino perfettamente. In quella musica c’è la rabbia della sovverzione della piazza e delle strade, lo stesso urgente bisogno di distruggere le gabbie della mente e quelle del corpo.
In America il movimento di protesta fu più legato ai diritti civili, il pacifismo, l’integrazione razziale. Dentro di esso anche gli hippy e quindi LSD ed erba, i profeti della beat generation e l’energia incontenibile della giovinezza. In Europa il movimento fu più politicizzato, poi l’incontro con le fabbriche e allora studenti e lavoratori, fianco a fianco, negli stessi cortei. La fine di quell’utopia non ha significato la sconfitta, ma una frattura profonda con tutti coloro che detengono il potere. E’ stata la dimostrazione che era possibile agire. O comunque che valeva la pena tentare di farlo. Questo documentario serve a ricordare quel periodo. A riviverlo. E le immagini che esplodono sullo schermo mantengono intatte la rabbia di allora. Che si spera, un giorno, torni ad essere anche la nostra.