RomaFictionFest 2008 – "The Company", di Mikael Salomon (Concorso Miniserie)

Storia della CIA negli anni della Guerra Fredda prodotta da Ridley e Tony Scott, la miniserie da un certo punto di vista è dannatamente divertente: visivamente piatta e di grana grossa, macina decenni d'America con baldanzosa noncuranza e grossolana approssimazione, condisce tutto con tonnellate di retorica e imbarazzanti tirate filoUSA dei dialoghi, ripete lo stesso schema nello script di ogni episodio – eppure funziona alla grande, tesa, avvincente, efficace.

Per i fratelli Ridley e Tony Scott, produttori di questa storia televisiva della CIA – “la Compagnia” del titolo – e della Guerra Fredda, 6 episodi a firma di Mikael Solomon, la narrazione va sempre schematizzata. E' così che hanno sempre lavorato, ed è così che riescono a portare in porto i rispettivi progetti gran parte delle volte con successo. D'altra parte, è innegabile come questa miniserie fili via con molta più efficacia e funzionalità del farraginoso tentativo consimile del De Niro regista, L'ombra del potere. E lo schema va ripetuto, invariabile, invincibile: gli spietati e fantomatici dirigenti della CIA (tra di loro, il luciferino e misterioso Michael Keaton, e il disincantato, disilluso e alcolizzato – non vi è praticamente sequenza in cui non si accompagni alla bottiglia – Alfred Molina) ordiscono tutta una serie di improbabili complotti per aizzare orde di ribelli contro le dittature comuniste dell'URSS; mandano sempre lo stesso agente, Jack McAuliffe (Chris O'Donnell, chi si rivede…), idealista, patriota, fervente anticomunista, aitante, eroico e un po' fessacchiotto, sul posto ad organizzare le manovre di nascosto per conto del Paese – poi qualcosa va puntualmente storto, la CIA abbandona l'operazione, finisce tutto in un bagno di sangue, Jack la scampa, ma non la guest star che in ogni missione è destinato ad incontrare (nelle tre puntate viste al FictionFest: Alexandra Maria Lara a Berlino, Natascha McElhone in Ungheria, Raoul Bova a Cuba). Funziona così ogni episodio, si tratti della repressione violentissima e disumana da parte dei rossi dei focolai di rivolta ungherese, oppure della terribile disfatta alla Baia dei Porci, quando la CIA tentò di invadere l'isola per spodestare Castro. Cercando in qualche modo di variare un po' di avventura in avventura, Solomon si prodiga in una ricostruzione d'ambiente che, soprattutto nel caso della puntata ungherese, aggiunge lo stereotipo grottesco di scenografie e costumi al bagaglio formale del regista che da solo già non brilla per 'rottura delle convenzioni': ralenti insistiti, continua ricerca della partecipazione emozionale dello spettatore con tonnellate di retorica e pomposità, e l'accorgimento reiterato e davvero spassoso di tornare sempre sugli ufficiali americani in war room in attesa di notizie nel bel mezzo di scontri a fuoco e bombardamenti risolti così per ellisse ovviando a probabili buchi di budget, e di script (quando Solomon ritorna su McAuliffe, l'agente si è puntualmente e misteriosamente messo in salvo). Eppure la grana grossa dell'operazione, la grossolana approssimazione con cui macina decenni di storia americana tagliandoli con l'accetta di una baldanzosa noncuranza (viene da consigliare allo sceneggiatore Ken Nolan di leggersi American Tabloid e Sei Pezzi da Mille di James Ellroy, sugli stessi eventi), la piattezza visiva della messinscena, assolvono pienamente e meravigliosamente il proprio compito, e The Company funziona alla grande, tesa e avvincente. Da un certo punto di vista, anzi (le imbarazzanti tirate filoamericane dei dialoghi, Molina che fa l'Infernale Quinlan, la staticità delle sparatorie e alcune soluzioni per tirare McAuliffe fuori dai guai quantomeno 'singolari' – i.e. scappare via dalla Baia dei Porci a nuoto…), si tratta proprio di una miniserie dannatamente divertente.

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