RomaFictionFest – Concorso Internazionale – "Carolina Moon"

Mandato in onda nel febbraio 2007 dalla prima emittente televisiva via cavo Lifetime Television, di base a Manhattan e con un pubblico prettamente in rosa, il film per la tv Carolina Moon lascia stupefatti. Dopo i primi incoraggianti minuti abbracciati da fondali di boschi rigogliosi e specchi d'acqua dai sinistri riflessi lunari, sui quali si affaccia l'ombra misteriosa di un oscuro presentimento, un'ondata indescrivibile di clichè sommerge lo schermo.
Lo scarto temporale che separa Victoria Bodeen-bambina vittima di dure violenze da parte del padre invasato e la Tory cresciuta con la paura di ricordare la tragica scomparsa dell'amichetta, uccisa turpemente in quell'infelice notte d'agosto,  permette al regista Stephen Tolkin di sovrapporre più volte i piani del sogno e del ricordo, di ciò che è reale e ciò che solo la convinzione di molti ha reso tale. L'oggi visto con gli occhi di ieri, come se nulla fosse mai cambiato, zavorrato nel passato da un dolore soffocato in fondo al cuore e mai sepolto. Amare contraddizioni, che scavano nell'animo di chi ha sofferto, affidando al presente terribili sentimenti ingiustificati. Una “zona morta” insomma, un territorio imprevedibile e misterioso da attraversare come quello della coscienza umana, un serbatoio d'impulsi dal fascino inesauribile entro il quale perdersi.
Carolina Moon però, si guarda bene dallo smarrire la strada, non percorre sentieri alternativi, ma prosegue inesorabile lungo highways asfaltate e sicure, superando distrattamente ogni complicazione e perdendo fascino e mordente ad ogni nuovo miglio percorso. I personaggi che abitano nel paesino della Carolina del Sud non sono altro che corpi rubati a film e telefilm di culto, che riciclano una dignità acquisita altrove, rispolverata per l'occasione. Così Tory/Claire Forlani, completamente allo sbando fino a quando non riesce a stringere tra le mani una pistola alla CSI, con la quale sparare ad un fantoccio di paglia, in una scena in perfetto stile agente-in-ritiro-mistico pronto a recuperare cattiveria e mira d'altri tempi. In modo diverso, seppur altrettanto deludente, Jacqueline Bisset è icona che sopravvive grazie ai fasti attoriali guadagnati in altri contesti, inutilmente disturbata per sottoporsi ad una fastidiosa prova da inconsapevole clone della peggiore Stephanie Forrester, decisa a buttare fuori città la da sempre nemica Brooke. Altera e glaciale propone cifre da capogiro all'innocente e (purtroppo) bellissima Tory, per convincerla ad alzare i tacchi e tornare sui suoi passi. Non contenta prova a “scomunicare” la famiglia intera dall'alto di una scalinata da ricchi e potenti, per poi svanire indispettita a bordo di un' invisibile auto scura.

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A questo scenario non certo confortante, vanno aggiunte le frasette d'amore pronunciate a mezzo fiato dalle due coppie di amanti, sul finire mano nella mano dopo aver sotterrato l'ascia di guerra. Quasi ci dimenticavamo dell'assassino, tanto lo sapevamo che non poteva essere lui, ci aspettavamo una svolta finale ed eccolo qui, puntuale come un'orologio svizzero, mostro creato dalla società, pazzo patentato, antica vittima di soprusi d'infanzia.
Ridicolo. Non faticherebbe a trovare posto nella sonnolenta programmazione televisiva dei pomeriggi d'estate, destinato a fare da controcanto alle sonore ronfate di un digestivo dopo pranzo.