RomaFictionFest – "Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu"

La fiction italiana ha trovato un nuovo eroe. L’ennesimo. Possono ripetere finché hanno fiato in gola, regista, editore (Agostino Saccà per la Rai) e produttrice (Claudia Mori) di questo Ma il cielo è sempre più blu, che Rino Gaetano è uno dei primi antieroi della produzione televisiva italiana di ultima generazione, ma la visione darà loro torto: Rino Gaetano è l’ennesimo santificato del tubo catodico, nuovo personaggio ripulito e neutralizzato delle miniserie domenica-e-lunedi-in-primaserata. Rino Gaetano è come Padre Pio, Papa Giovanni Paolo II, Coppi, Bartali, e a conti fatti anche come Don Matteo, o il Maresciallo Rocca. Se il personaggio di Rino Gaetano poteva avere una qualche carica eversiva nei tempi in cui le sue messinscene quasi situazioniste scombinavano la compostezza dei programmi tv di allora, questa è totalmente castrata dalla visione fastidiosamente buonista di Marco Turco, in cui tutti accolgono le provocazioni di Gaetano con un sorriso, al massimo scuotendo la testa (che mattacchione!), perdonandogli tradimenti d’amore, continuando a versargli da bere, mentre Santamaria abbassa sempre di più lo sguardo per dimostrare la dipendenza dall’alcol del suo personaggio, abbandonato a se stesso in una villa vuota ed enorme mentre si ubriaca sino a perdere i sensi. Ma di sicuro Marco Turco non è Gus Van Sant, e il suo Rino Gaetano non è di certo Last Days: a nulla vale dichiarare che il personaggio di Gaetano vuole essere il simbolo di un’intera generazione, un’ennesima meglio gioventù – lì, Michael Pitt in ogni inquadratura era e non era Kurt Cobain; qui, Claudio Santamaria gioca ancora una volta la carta del mimetismo più spinto, imitando movenze, cadenze e fattezze di Gaetano, ricantando addirittura tutti i brani del cantautore presenti in colonna sonora (Pitt/Blake nemmeno cantava canzoni dei Nirvana…), con Turco che rinuncia in toto al repertorio ricreandosi di suo i frammenti televisivi d’epoca, con l’attore al posto del cantautore. Per un attimo, l’espediente di raccontare la genesi delle varie canzoni di Gaetano come conseguenza di eventi accadutigli nel corso della vita (Ma il cielo è sempre più blu mentre osserva la variopinta gens che affolla un autobus; Nun te reggae chiù suggeritagli dai deliri di un matto per strada…) sembra divertente, generando soluzioni stilistiche da videoclip apocrifo quasi inaspettate, e riportandoci con la mente alle potentissime immagini evocate da Abel Gance nei montaggi in cui Beethoven compone i suoi capolavori in Un grande amore di Beethoven (1936). Poi Marco Turco lascia perdere l’idea, e la fiction si trasforma in un biopic abbastanza risaputo, pieno degli immancabili fastidiosi cliché sugli anni Settanta. Lo accomuna al film di Van Sant forse il finale: Rino Gaetano sospeso al volante nell’alba in cui un incidente d’auto mortale se lo porterà via, e Blake/Pitt/Cobain il cui fantasma è finalmente liberato da Van Sant dalla maledizione del dover ripetere per l’eternità i suoi last days a beneficio di sciacalli, media, e fan sfegatati. Il sorriso di Claudio Santamaria si trasforma in dissolvenza nel volto del vero Rino Gaetano, preso da uno spezzone di una trasmissione tv: è il passaggio, in punto di morte, alla propria immagine ormai storicizzata, sterilizzata dallo schermo televisivo, resa iconica e immortale dal contatto con le onde del televisore-accumulator.