"Romanzo di una strage", di Marco Tullio Giordana

Rulli, Petraglia e Giordana concretizzano un notevole sforzo di condensazione storica, ma lasciano anche una sconfortante sensazione di dittatura della scrittura. Come se nel fertile intervallo che intercorre tra la diastole del Romanzo (la sceneggiatura) e la sistole di una strage (la vera Storia) non si riuscisse più a trovare un tempo per il “battito” del Cinema. Un film schiavo di azioni e tempi blindati, come se lo stacco di montaggio successivo dovesse sempre essere quello giusto, studiato e anesteticamente atteso

Romanzo di una strage"Al cinema non importa la storia, importa solo come la racconti" — Jean Renoir

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“Piazza”, “Fontana”. Due parole che hanno marchiato a fuoco la Storia recente italiana, diventando quasi esse stesse la Storia recente italiana. Due parole che hanno tragicamente ecceduto il loro originario significato (il luogo, l’indirizzo di una piazza milanese) per potenziare a dismisura la valenza simbolica del loro significante: l’attentato del 1969 alla Banca dell’Agricoltura, l’inizio della stagione delle stragi, il golpe Borghese, il terribile sospetto della connivenza di pezzi deviati di Stato, l’innocenza speranzosa del boom economico disintegrata e infine la fastidiosa sensazione di impunità che da quarant’anni accompagna due parole entrate ormai nell’immaginario collettivo. Piazza Fontana. Da qui riparte anche, nel 2012, il cinema “civile” di Marco Tullio Giordana, rinverdendo la tradizione dei Petri e dei Rosi, dei misteri e delle ombre che trova(va)no cassa di risonanza nel cinema e nel successivo dibattito. E visto che, ne siamo sicuri, questo è un film che farà molto discutere: tra ideologiche prese di posizione sui fatti, diatribe aprioristiche/dietrologhe su responsabilità (morali o materiali), verità (dette o taciute), interpretazioni (di destra o di sinistra)…noi qui “politicamente” vogliamo parlare solo di Cinema.

E allora: Marco Tullio Giordana non sa e non vuole superare l’immanenza del dato storico. Né come rilancio metafisico verso un oltre dell’immagine come nello straordinario ultimo Bellocchio (Buongiorno Notte, Vincere), né tantomeno come divertita digressione verso il genere puro come nel miglior Placido (Romanzo Criminale e soprattutto Vallanzasca). Giordana cerca testardamende di abbracciare la Storia in una aderenza certosina, ma non sa restituirle minimamente il respiro emotivo. E, non dovremmo mai scordarcelo, qui si sta parlando soprattutto di un film: l’anarchico Pinelli, il commissario Calabresi, l’onorevole Aldo Moro, il presidente Giuseppe Saragat, il cronista Marco Nozza sono straordinari, sfaccettati e tragici caratteri archetipici che solo se sradicati dalla saggistica dove sono stati confinati possono riconquistare un’anima e un ruolo anche oggi. Non più meri testimoni di una storia, ma protagonisti in carne e sentimenti della vita. Personaggi, quindi, da far (ri)vivere nelle loro passioni prima che nei loro atti. Ecco: questo è un film schiavo degli atti. Schiavo di azioni ricostruite alla perfezione e tempi di sceneggiatura blindati, come se lo stacco di montaggio successivo dovesse sempre essere quello giusto, studiato e atteso.

Romanzo di una strageRulli e Petraglia – che ormai da più di dieci anni stanno tracciando le coordinate filmiche della storia d’Italia post sessantotto – stampigliano la loro firma in un notevole sforzo di condensazione storica, ma lasciano anche una sconfortante sensazione di dittatura della scrittura. Come se nel fertile intervallo che intercorre tra la diastole del Romanzo (la sceneggiatura) e la sistole di una strage (la vera Storia) non si riuscisse più a trovare un tempo per il "battito" del Cinema. Non si riuscisse più a scorgere la sana aspirazione di costruire un’inquadratura che sappia ripensare i (mis)fatti tradendoli in immagine per riaffermarli nell’universale. Eppure nel cinema di Giordana ci si imbatte ogni volta nell’eterno ritorno di fantasmi (il suicida Matteo nel finale de La Meglio Gioventù, il bambino strappato alla morte in Quando sei nato non puoi più nasconderti, Giuseppe Pinelli in questo caso), ma si ha sempre la sensazione che il loro sguardo non sia mai stato il nostro. Che il posticcio deragliare finale verso un oltre sia tardivo e anestetico. E allora diventa inevitabile affidarsi a bravi attori: Mastandrea, Favino e Gifuni sono gli unici che qui cercano di evadere dal film, strappando (rari) momenti di commozione proprio attraverso l’intensità di uno sguardo che il regista ha fretta di rimuovere dal primo piano per allargare al campo lungo degli eventi.

Insomma a questo film, come a tanto cinema italiano odierno, manca la consapevolezza di un fuoricampo. Manca quel rosseliniano gioco di sponda con l’invisibile che insegue il morente J. Edgar di Eastwood, mentre sale le scale della Storia per riaffermarla e trascenderla nel contempo. E sia chiaro: Romanzo di una strage ha anche diversi meriti, non ultimo quello di rendere tangibile la complessità ontologica del tessuto sociopolitico italiano…ma purtroppo, come diceva il maestro Jean Renoir, “al cinema non importa la storia, importa solo come la racconti”.

 

Regia: Marco Tullio Giordana

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Interpreti: Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea, Michela Cescon, Laura Chiatti, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio
Origine: Italia, 2011
Distribuzione: 01
Durata: 125'

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    2 commenti

    • Bravo Pié..

    • PIAZZA FONTANA
      Con la sua tragedia torna nel film di Giordana”Romanzo di una strage”.Film di ottima fattura. Dove la storia si ripropone e si racconta nella sua intirezza.Condensando verità e contro verità in un quadro collettivo e incalzante .Sarà anche vero,come alcuni critici dicono, che l’opera lascia poco spazio al “fuori campo” e a spazi oltre l’immagine,dando poche emozioni .Ma la certosina ricostruzione avvince e convince ed emoziona proprio nella storia cosi come è.Ottimo il cast,in particolare Mastandrea.