Rosebush Pruning, di Karim Aïnouz
Del modello di ispirazione, I pugni in tasca, resta ben poco. Un film di provocazioni programmatiche ma innocue. In cui però arriva all’estemo lo stile “acido” del regista. Berlinale76. Concorso
Sgombriamo subito il campo da ogni possibile equivoco. I pugni in tasca, a cui il film di Karim Aïnouz è dichiaratamente ispirato, c’entra ben poco. Se non per delle somiglianze di trama, puntualmente forzate, se non addirittura violentate dalla sceneggiatura di Efthimis Filippou, il collaboratore abituale di Lanthimos. Che costruisce un plot inutilmente arzigogolato e caratterizza i personaggi con un intero catalogo di perversioni e morbosità, spinte fino ai limiti della parodia. Al punto che Rosebush Pruning sbanda su una serie di esagerazioni che fanno scivolare la soap opera nel kitsch più plateale. “Una satira tagliente sull’assurdità della famiglia patriarcale tradizionale”, recitano le note di presentazione del film. È probabile. Ma di certo si tratta di una satira che non va tanto per il sottile. Questa famiglia ricchissima, rintanata tra le montagne intorno a Barcellona, guidata da un patriarca cieco e maniaco, è in un teatro di maschere deformate che si muovono su uno sfondo talmente vuoto e artificiale da sembrare irreale. Uno scintillante mondo di “carta”, in cui non c’è scampo per nulla e per nessuno. Almeno negli occhi di Aïnouz e nelle pagine di Filippou. Neanche per Jack/Jamie Bell, l’unico fratello che “merita di vivere” secondo l’opinione di Edward. Quello che sogna di sganciarsi dalla cappa familiare, per andare via con la sua fidanzata, ma che in fondo è un’altra vittima sfibrata dell’aria che respira. E alla lunga, il gioco mostra la corda. Perché il profluvio di esagerazioni e cliché su cui basa la velleità provocatoria del film finisce per neutralizzare qualsiasi carica disturbante o distruttiva. Siamo su tutt’altro pianeta rispetto alla rabbia dolorosa di Bellocchio e all’ossessione smarrita del suo Alessandro, incarnata nell’enigma del volto di Lou Cast. Qui c’è una ferocia gratuita, che finisce per diventare “ottusa” e anestetizzata. L’urlo non parte mai dal profondo della pancia, non sale dallo stomaco, non fa tremare le ossa e i polsi. È la ripetizione svuotata di uno slogan.
Certo, Karim Aïnouz gioca la carta di un cast dall’indubbio potere di attrazione. Callum Turner, Jamie Bell, Riley Keough, Elle Fanning, con, alle spalle, i ben più maturi Tracy Letts e Pamela Anderson. Ma soprattutto, porta alle estreme conseguenze il suo stile acido, esagerato ed esagitato, fatto di intensità cromatiche e esplosioni sonore. In cui ogni immagine è talmente saturata di elementi, stimoli, da arrivare all’incontinenza, a un “troppo pieno” che sorpassa il senso e la logica delle inquadrature. Un decorativismo spinto che è una specie di graffito barocco e quasi astrae il film dalla sua materia. In verità, sembra tutto il contrario di un cinema carnale, di desideri, pulsioni. Per Aïnouz i corpi sono solo materia plastica, i fluidi dei semplici colori da spargere sulla tela. Come se si disinteressasse delle sgradevolezze programmatiche della sceneggiatura, per usarle come puro pretesto di un esercizio grafico. È l’aspetto più interessante di Rosebush Pruning. Ma è anche la conferma di un manierismo da cui questo cinema non sembra più capace di uscire.
Storia del cinema Modulo 1, dal 3 marzo online

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