ROTTERDAM 41 – “Florentina Hubaldo CTE” di Lav Diaz (Spectrum)

A breve distanza da Century of Birthing, Lav Diaz (tra i maggiori cineasti in attività) firma un'altra eroica, immensa sfida lanciata al tempo. Lungo le sei ore di Florentina Hubaldo CTE, ci si para davanti una sorta di Heremias al femminile, ma senza più bisogno di mito né di stratificazioni bibliche. Il film, anzi, si sbarazza del racconto in modo ancora più plateale rispetto al film del 2007, e lo riduce in macerie per potersi concentrare sulla temporalità paradossale della salvezza. Florentina Hubaldo è, propriamente, una donna insalvabile. Schiavizzata dal padre che la costringe a prostituirsi e ad abortire ripetutamente, tenta più volte di fuggire, senza mai avere successo, nemmeno con l'aiuto del solidale nonno. Tuttavia, poco più in là, vive Lolita, che a quanto pare è la figlia di Florentina, salvata fortunosamente dal destino della madre e adottata da una volenterosa famiglia che si prende cura di lei e delle sue disastrose condizioni di salute che riducono la sua vita a poco più che a un vegetare. La maniera in cui questo salvataggio abbia avuto luogo, e persino la relazione stessa tra Florentina e Lolita, vengono però lasciate nell'ambiguità e nel dubbio: se il film inizia seguendo “normalmente” l'infelice vita di Florentina, via via passa ad essere un susseguirsi di frammenti irrelati difficilmente collocabili in una “linea del tempo” narrativa. Alcuni di essi (come quello in cui Florentina e Lolita vengono mostrate a passeggio nella città) potrebbero essere persino visualizzazioni immaginarie della protagonista.

Quello che conta insomma non è lo scorrere lineare della storia e quindi del tempo, non è una “teleologia della salvezza”. E infatti, i due personaggi di contorno arrivati nel villaggio da Manila in cerca di un tesoro non troveranno nulla. Nessuna “progettualità” arriva a qualcosa e alla fine del cammino (anche narrativo) non c'è nulla, meno che mai la salvezza – ma se il racconto è completamente destituito di stabilità e di linearità, tanto più chiaramente e luminosamente emerge e si rende evidente quello che davvero conta: che l'insalvabile (Florentina) e ciò che è stato salvato ma che è sempre ancora “da salvare” (la drammaticamente cagionevole Lolita) sono eternamente fianco a fianco.
Non ci si salva dal tempo. L'unica salvezza da esso non è alla fine del tempo ma consiste staticamente in parallelo al suo scorrere. Lolita e la famiglia, immobili, in piedi nel bel mezzo di un torrente che scorre. Una barca (con Lolita boccheggiante e il padre adottivo) che, in una sequenza di incantevole efficacia figurativa, si fa cullare dalle acque di un lago sempre più lentamente fino a fermarsi. È il rovescio atemporale del tempo. È il tempo redento in figura, in immagine – nulla più di questo è la “messa in scena”, la messa in forma del movimento di cui Diaz ci dà un saggio di folgorante, strepitosa bellezza in ogni istante della sua opera, con i suoi pianisequenza statici che abbracciano la continuità del tempo trasformandola in imprendibile coreografia, naturalistica e geometrica allo stesso tempo. I Giganti, i carnevaleschi pupazzoni di cartapesta raffiguranti presumibilmente qualche colonizzatore spagnolo, che torreggiano imponenti, che Florentina intravide nella sua infanzia e che da allora ossessionano la sua mente come figure salvifiche più potenti del tempo nella loro inorganicità, sono sempre lì, sempre vicini a lei, li si può sfiorare, ma non si riesce mai a stringergli la mano, a farsi portare con sé. La salvezza è sempre vicinissima e inavvicinabile. È letteralmente dentro ai nostri occhi, come in quelle due diverse sequenze in cui il nostro sguardo coincide in soggettiva con quello dei Giganti, e con quello di un geco che una delle figure di contorno sente costantemente gracchiare ma che non si fa mai prendere. L'unico antidoto alla funesta onnipotenza del tempo è dentro ai nostri occhi perché è la messa in scena del tempo – in un senso che (per quanto da vicino possa legittimamente ricordarci il Cavallo di Torino di Bela Tarr) è tutto tranne che strettamente ed esclusivamente “cinematografico”.

È invece questione della nostra esperienza del tempo in generale, e di come scegliano di gestire la nostra presenza dentro di esso. Dove invece la salvezza non è, è in una qualche progettualità, in una qualche speranza a cui si possa arrivare al termine del tempo e sul filo di esso. Per questo il racconto, oltre a non chiudersi, propriamente non c'è, e anzi ricomincia costantemente sempre daccapo. Florentina, lungo tutto il film e fino nella sua ultima scena, ripete ossessivamente le sue coordinate biografiche, una narrativizzazione elementare della sua vita che però è costantemente in progress e mai veramente raggiunta: “mi chiamo Florentina Hubaldo, sono nata ad Antipolo…” etc. etc. Impossibile qui, peraltro, evitare di pensare alla lettera che Ventura non finisce mai di riscrivere mentalmente in Juventude em marcha di Pedro Costa.
Uno in particolare dei frammenti di cui si compone Florentina Hubaldo CTE ci dice tutto questo con evidenza figurativa mozzafiato. Florentina, per l'ennesima volta, scappa, e il padre le corre dietro minaccioso. Ma la macchina da presa, che “sa” il ripetersi eterno di tutto questo, trascura l'azione, la relega alla periferia del quadro, fuori fuoco, e rimane rasoterra a contemplare (questa volta pienamente a fuoco, a poca distanza dall'obbiettivo), tre-quattro ciuffi d'erba che se ne stanno lì, con la loro presenza ottusamente banale e miracolosa a un tempo. Come quando, alla fine di Butterflies Have No Memories (2009, sempre di Diaz), le manovre oscure del racconto si interrompevano di colpo perché, nel frattempo, si erano alzate dall'erba le farfalle.