"Rush", di Ron Howard

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Howard per un istante raggiunge questo punto di non ritorno del cinema la cui unica gravità e struttura è data dal suo movimento inarrestabile. Ma nella sua morale classica, non può rinunciare alla carne e vendere l'anima. I sentimenti, il privato, le paure e i desideri, si affacciano sotto forma di visioni, fantasma, altro cinema possibile che agisce come un attrito

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


rushDall'ascesa sino al drammatico campionato del 1976, la rivalità tra Niki Lauda e James Hunt, i due assi più decisivi degli anni tragici della Formula 1. Ancora una volta, come in Frost/Nixon, Ron Howard e Peter Morgan raccontano un duello combattuto tra le luci di una storia pubblica, già risaputa, e le ombre della vita più intima e privata. Una sfida che non riguarda soltanto due uomini, ma due modi di intendere il mondo, il proprio lavoro e la propria vocazione, vissuta e condotta tra le infinite contraddizioni di un'intera macchina spettacolare.

 

È un film decisamente strano Rush, per come accetta di seguire, sin da principio la via meno dritta possibile, di adattarsi all'andirivieni di traiettorie temporali ed emotive oblique, per far emergere, a ogni giro di pista, un altro tassello imprevisto del disegno complessivo. È quel dannato Gran Premio di Germania del 1976, corso sul famigerato circuito di Nürburgring, il "cimitero dei piloti", l'asse centrale intorno a cui ruota tutto. Il cielo è cupo, piove, le auto sono sulla griglia di partenza. Lauda e Hunt già s'inseguono tra sguardi e scelte tecniche poco azzeccate. Stacco e si salta indietro a sei anni primi, quando i due muovevano i primi passi nel macello della Formula 3. Lì nasce il loro rapporto complesso di odio e stima, quello strano gioco di rincorse a distanza, con Lauda che compra il suo posto in Formula 1 e Hunt che lo insegue come un cane rabbioso. Pochi sprazzi di corsa, di macchine in pista, perché la gara vera sembra svolgersi sempre fuori, a margine. Finché si torna ancora una volta a quel dannato Gran Premio. Lauda, nella sua etica del rischio calcolato, propone di annullare la gara. Hunt, facendo leva sul suo carisma e sul suo ben maggiore appeal umano, si oppone, convincendo gli altri piloti a correre lo stesso. Una decisione che ha conseguenze devastanti. Ed è proprio da qui che il film compie un secondo giro su velocità e traiettorie completamente differenti.

 

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rushA dispetto di chi immaginava un'altra storia ad alto tasso drammatico, una nuova epopea umana e sportiva alla Cinderella Man, Rush è un film che pare girare a vuoto, chiuso nel tracciato mortale dei suoi circuiti, ripiegato nella spigolosa tortuosità delle sue gincane. Anzi, in curva, ti sbatte fuori pista senza complimenti, ti spinge lontano con una forza centrifuga non necessariamente proporzionale alla velocità con cui procede. Il fatto è che, davvero, i due personaggi progettati da Morgan e costruiti da Howard, sono contrari a qualsiasi principio di aerodinamica… Lauda è uno scontroso arrogante, chiuso nel suo grigiore da calcolatore "elettromeccanico" e la faccia qualunque di Daniel Brühl, con i denti da topo, è perfetta al punto da far paura. James Hunt è un puttaniere ubriacone, strafottente, egocentrico e senza freni. Non sembra possibile alcuna empatia, tanto meno una scelta. Chi dei due preferire? Forse Hunt: la sua sregolatezza è più umana, il suo correre sempre al limite tra la vita e la morte è più esaltante. E poi Hemsworth è decisamente più figo.

 

rushMa a un tratto, all'ennesimo scontro verbale, all'ennesimo (forse ultimo) giro di pista, diviene chiaro il punto intorno a cui tutto ruota, l'obiettivo della progressione sbilenca di Howard e Morgan. Quell'ossessione cupa e rovente, che divora i due personaggi. Ma il paradosso spiazzante è che non è affatto l'ossessione a renderli più umani. Anzi, semmai sono i tic che stanno a margine di essa a recare i segni di un'umanità residua: Hunt che vomita prima di ogni gara, che gioca frenetico con l'accendino, Lauda che fissa attonito la fiamma… L'ossessione è ciò che lavora a fondo sulle molecole del corpo e sulle sinapsi della mente, per integrarli perfettamente alla macchina, per trasformarli in motori roventi e pezzi di ferro prossimi al grado di fusione. A tal punto una cosa sola con il mezzo, da non riuscire più ad avvertirne gli scarti, gli scricchiolii, le linee di cedimento. Lauda che si vantava di aver un "gran sedere", dote che gli permetteva di sentire i difetti della macchina e che gli assicurava la sfrontatezza di dire a Enzo Ferrari "quest'auto è una merda", nel giorno più importante, non si accorge di nulla. È un ammasso di metallo e fuoco, che macina chilometri, giri su giri, sempre dritto, fino all'inevitabile.

 

rushÈ l'ossessione lo strumento di cui lo spettacolo si serve per perpetuarsi nell'indifferenza dei destini individuali, dei pezzi che saltano, dei rottami lasciati sull'asfalto. È l'ossessione che modifica letteralmente la percezione dello sguardo, rendendo chiaro l'opaco e oscuro il trasparente. L'ossessione dà forma e alimenta il cinema macchina al suo picco più alto, senza più domande né risposte, senza più distinzioni tra soggettivo e oggettivo, tra retta o curva. Linea di movimento e costruzione globale (e in effetti se Hunt è futurista, Lauda è bauhaus, nel suo "desiderio" d'integrare l'industria a una dimensione umana più alta)… Quando riusciamo a entrare in quell'ossessione, ne siamo completamente assorbiti, come fosse un buco nero. Fino al punto da lasciarci trascinare dal rombo del motore/proiettore, da avvertire come naturali anche le soggettive più assurde e "inumane" (ma in quale punto del casco o della testa è l'obiettivo?), da lasciar sanguinare le nostre mani e i nostri occhi, come i due piloti presi dalla furia della corsa.

 

Howard per un istante raggiunge questo punto di non ritorno del cinema la cui unica gravità e struttura è data dal suo movimento inarrestabile (come fossimo sempre sull'anello di Saturno del GRA). Ma nella sua morale classica, non può rinunciare alla carne e vendere l'anima. I sentimenti, il privato, le paure e i desideri, che sembravano sempre relegati fuori, oltre il circuito, riemergono da dentro. Si affacciano sotto forma di visioni, fantasmi, altro cinema possibile che agisce come un attrito, un appiglio di sopravvivenza. Il volto di una donna ci ricorda che ogni corsa ha una fine e che dall'altro capo, davanti al punto di fuoco degli occhi, c'è sempre un uomo.

 

Titolo originale: Id.

Regia: Ron Howard

Interpreti: Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino

Distribuzione: 01 Distribution

Origine: USA/Germania/UK, 2013

Durata: 123'

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