#Russia2018 – Non aprite quella porta

Quando passano gli anni, anche le partite di calcio si gustano diversamente. Peccato manchi l’Italia, o forse è meglio così, prendo in giro meno me stesso, facendo finta di vagare per la stanza, disinteressato e superiore a quanto avviene sul prato. Ho notato, grazie alla mia immagine, che per un attimo perde contatto dal corpo e inquadra me stesso durante una gara sentita, lo sciorinare di stereotipie in difesa del mio sempre più basso coefficiente di resistenza emotiva. Sulle palle inattive a favore degli avversari, calci d’angolo, punizioni dal limite, abbasso lo sguardo e conto le dita dei piedi, sperando siano sempre 10. Non vorrei l’undicesimo sbucare dal fondo e involarsi solitario dentro la carne viva, sarebbe un dolore inenarrabile. E neanche il dodicesimo dito in campo, un altro medio esibito in curva. Altre volte, nella massima pressione avversaria, scorro la porta della cucina alla ricerca di un bicchiere d’acqua, senza accusare alcuna esigenza dissetante, se non quella di scongiurare il peggio, magari la desertificazione della nostra area di rigore.

È così, non ci si può fare niente, l’immagine di noi prima o poi abbandona il campo, spalancando la porta alle paure, le debolezze, le passioni più irrazionali. Spagna-Portogallo=3-3, Spagna-Cristiano Ronaldo=3-3, Realtà-Immagine=3-3. Almeno un pareggio., stavolta è andata bene, la realtà non soccombe definitivamente, nonostante la fumosità del fraseggio, la bellezza del tocco, la furia dell’estetica. Ancora una volta, ha vinto l’immagine, o meglio, ha pareggiato con la realtà. Rigore generoso, papera del portiere, fallo inutile del difensore e  barriera posizionata non perfettamente. Non ha fatto goal Ronaldo, per tre volte la sua immagine l’ha preceduto, come nei migliori horror. Come un bullo, Ronaldo si aggira negli ampi corridoi della scuola (calcio), allungando e allargando la sua ombra sui timorosi ed impulsivi scolaretti. “Non aprite quella porta”, vorrebbero gridare gli spettatori agli interpreti, la barriera è sì chiusa ma non ben allineata sul primo palo, così la parabola aggira magistralmente i controlli, le restrizioni, il bullo esulta a suo modo, ed è la fine dell’artista per il moltiplicarsi dei gesti artistici.