#Russia2018 – Il corpo (fantasma) del campione: Argentina-Islanda

Attendere l’inizio dei Mondiali di calcio da Buenos Aires è un’esperienza particolare, inedita. Mi era già capitato di essere qui prima di un evento sportivo importante in cui era coinvolta la nazionale di calcio (la Copa America, l’equivalente degli Europei per il continente americano). E i ricordi vanno immediatamente alla febbricitante atmosfera di un paese che si preparava all’evento, attraverso i rituali tipici della società del consumo: le file dai rivenditori di elettrodomestici per l’acquisto di televisori sempre più grandi e dotati di maggiore definizione, le montagne di casse di birra e bevande da consumare durante la visione delle partite, solo per fare qualche esempio. Ma questa volta, qualcosa era diverso, molto era cambiato. Eppure tutto sembrava ripetersi secondo le stesse dinamiche.

Lo skyline della città è gradualmente mutato con il passare dei giorni, man mano che l’inizio dell’evento si avvicinava; le mura degli edifici o i giganteschi cartelli pubblicitari di grandi arterie come l’Avenida del Libertador, Corrientes o della autostrada che divide Capital Federal dalla miriade di comuni satelliti (la General Paz), erano stracolmi di immagini dell’evento: che fossero pubblicità di birra, di assicurazione medica, di merendine o di fast food, di bevande varie o di patatine, le immagini di Messi e di qualche altra icona della seleción (Aguero, Mascherano o Di Maria) campeggiavano senza sosta in ogni spazio libero del reticolo urbano.

Effigi enormi, superumane. Un elemento era comune a questa miriade di immagini che si ripetevano senza sosta era appunto la presenza del corpo in effigie di Lionel Messi, capitano e stella della seleción argentina. Messi dallo sguardo concentrato, attento, oppure sorridente, o anche urlante, guerriero del campo, icona di tutti.

Eppure, proprio in quei giorni si consumava una sorta di frattura, di lacerazione tra l’immagine gigantesca e ripetuta di quel corpo eroico e la vita della città. Troppi gli elementi che stavano portando i porteños in  altre direzioni, che impedivano di guardare e adorare quelle immagini. L’aumento indiscriminato e generalizzato dei prezzi; la scelta del governo Macri di rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale per un prestito d’urgenza, per frenare la superinflazione dovuta all’aumento del dollaro e ad una economia profondamente e storicamente dollarizzata come quella argentina; la discussione storica alla camera dei deputati per l’approvazione della legge sull’aborto, legge sostenuta da una vastissima pressione popolare con marce e discussioni pubbliche, con la presenza lungo le vie della città di centinaia di migliaia di donne di ogni età che indossavano fazzoletti verdi, simbolo della militanza a favore della legge. manifestazione pro legge sull'abortoLe decine di manifestazioni a sostegno del diritto al lavoro e allo studio; le occupazioni di alcune università nel paese da parte degli stessi docenti da tempo senza salario; tutti questi eventi riempivano le strade di altre immagini; immagini di folle festanti o protestanti; immagini di corpi e volti che scendevano in piazza per gridare la loro opposizione ad un governo e ad una politica che non li rappresentava più; le immagini di un movimento, come quello femminista che, dall’Irlanda all’Argentina appunto, si fa promotore di una nuova politica dei corpi e dei diritti.

Immagini dal basso che contrastano con quelle enormi, giganti, dall’alto: le effigi dei giocatori della nazionale albiceleste, fisse, eternate nelle loro posizioni di eroi, guerrieri nazionali, e le immagini collettive di masse in movimento. Il contrasto è forte, la spaccatura evidente.  La narrazione epica continua anche sui media. I principali canali sportivi sono dedicati quasi esclusivamente a Russia 2018, i media imbastiscono interi programmi sul problema della sostituzione di Lanzini (chi è meglio, Enzo Peréz o Diego Perotti? Alla fine la spunterà il capitano del Valencia). Intanto il flusso contrario dal basso continua. Più la narrazione epica della seleción ai mondiali continua, meno l’entusiasmo cresce e camminare per la città sembra essere l’esperienza del muoversi in uno spazio diviso, lacerato, separato tra l’alto e il basso: tra l’icona in effige di Messi e lo sguardo altrove di una popolazione urbana, che il giorno dell’inaugurazione del mondiale seguiva con trepidazione l’esito della votazione alla camera della legge sull’aborto.

Arriverà comunque l’esordio della nazionale, sabato 16, contro l’Islanda, strana outsider dei mondiali (la narrazione mainstream esige comunque che ci sia sempre almeno una nazionale fuori dagli schemi, una per cui tifare, almeno finché non gioca la propria, o finché i giochi non si fanno seri).

Le immagini-icona scendono in campo e le telecamere, ovviamente, sono tutte per lui, Lionel Messi da Rosario, appunto, chiamato ancora una volta a guidare una nazionale meno accattivante di altre del passato in un mondiale in fondo sottotono. Colpisce allora, guardando la partita, la consapevolezza che le icone abbiano perso in un certo senso il loro fascino. Ce n’è una che ancora resiste, con quel suo sorriso da eterno fanciullo dispettoso, quella di Diego Armando Maradona, seduto in tribuna, inquadrato dalle telecamere e salutato da una ovazione lunghissima da parte di tutto lo stadio. Lui, sornione, agitando la mano che regge un havana, restituisce il saluto.

Ecco, Diego è l’unica icona ancora rimasta, gli altri sono giocatori, come tanti altri. Persino Messi? No, ovvio, lui non è come tutti gli altri, nel bene come nel male. E in questo caso la sua alterità si trasforma in assenza. Fuori ruolo, fuori dal (non) gioco di Jorge Sanpaoli, il CT della nazionale, Messi vaga senza capire bene come uscire da un’impasse senza soluzione. Arretra, cerca di riprendere la palla, non riesce a regalare gioco. Intorno a lui giocatori altrettanto persi, per quanto dotati tecnicamente, individualmente, ma che non riescono a percepirsi come squadra. Appesantiti da un passato fatto di finali fallite, di delusioni, di non-vittorie.

Messi Argentina IslandaL’Islanda è solida, quadrata, cortissima. Pressa senza esagerare, è squadra nel senso più “macchinico” del termine. Ognuno esegue il suo compito, ogni individualità è bandita. Sembra quasi, vedendo la partita, che la distinzione pasoliniana tra calcio di prosa e calcio di poesia sia qui presentata come farsa. All’Islanda la prosa interessa solo come meccanismo sintattico, per l’Argentina la poesia è il disperato obiettivo che manca. Solo alcuni momenti – il gol, bellissimo di Aguero, un paio di minuetti di danza di Messi, un lancio di Mascherano – mostrano il ricordo di ciò che il calcio argentino è stato e che ora si sta disperatamente cercando.

Vedo la partita in un quartiere in linea d’aria vicinissimo al Monumental, lo stadio del River Plate. Quando i millionarios giocano in casa è possibile sentire in lontananza le urla dello stadio, e in caso di gol le grida di gioia del vicinato (è un quartiere di tifosi del River Plate, storicamente). Dopo il gol di Aguero il quartiere rimane silente, distratto; nessuno urla, niente grida. Poca gente in giro, d’altronde è sabato mattina.

Forse allo stadio, che comunque è pieno, questo silenzio arriva e aumenta la confusione dei giocatori. O forse è solo un pensiero frutto dell’immaginazione. L’Islanda pareggia, meritatamente, e la partita sia avvia lentamente e noiosamente verso la sua fine. Giovedì 21 la nazionale incontrerà la Croazia, vincitrice nello scontro contro la Nigeria, in una partita che sa già di dentro o fuori. O forse, è la narrazione che vuole così, nel tentativo di far sì che quelle icone non rimangano fantasmi.