#Russia2018 – L’estate del 1996. Football’s Coming Home?

Tutti noi abbiamo vissuto almeno un’estate che avremmo voluto non finisse mai. La mia è stata quella del 1996, quando avevo sedici anni. C’erano l’entusiasmo della scuola al termine e le brevi tresche da consumare nelle feste di fine anno. L’aria di giugno annunciava che tutto era alla mia portata. Era l’estate dell’anno in cui L’Unità aveva allegato le VHS della New Hollywood al giornale al modico prezzo di ottomila lire. La nostra formazione di cinefili si era formata per lo più su quei nastri, sulle loro schede biografiche e aneddotiche, sulle introduzioni di Ugo Casiraghi. In più, il centrosinistra aveva vinto le elezioni pochi mesi prima e c’era l’illusione che finalmente la politica italiana sarebbe cambiata per sempre. Più o meno, era questo lo stato di eccitazione in cui mi ritrovavo quando venne dato il calcio d’inizio di Euro 1996.

Non c’era una ragione tecnica fondata per cui l’Inghilterra avrebbe dovuto vincere la competizione tranne quella di essere la squadra di casa. La nazionale era così scarsa da aver mancato la qualificazione ad USA 1994 e il calcio inglese si appoggiava solo al suo solito fascino ruvido. Eppure, i ragazzi di Terry Venables erano circondati da un mood positivo che nemmeno il deludente pareggio inaugurale contro la Svizzera riuscì a scalfire. L’unico motivo plausibile era l’incredibile ottimismo che animava le strade di Londra dopo vent’anni di tatcherismo. La fine del governo conservatore aveva una data fissata nelle elezioni dell’anno dopo e Tony Blair parlava già da primo ministro in pectore. 

L’Italia era uscita ai gironi dopo una sfortunata partita contro la Germania e l’eliminazione ci spinse trovare un’altra squadra per cui simpatizzare. Quell’estate, tutti tifavamo un po’ per l’Inghilterra. La prodezza di Gascoigne nella seconda partita contro la Scozia aveva riempito i campi di calcetto di potenziali emulatori. Forse, c’entravano le radio e MTV che mandavano in onda senza sosta i singoli dei Blur e degli Oasis. Il successo di Four Weddings and a Funeral aveva inculcato in un’intera generazione l’idea che fosse fico condividere un appartamento a Londra con Hugh Grant. Vi domandate perché migliaia di connazionali preferiscano fare i camerieri nei sobborghi di Londra invece che fare la stessa cosa in quelli della loro città? In parte, la spiegazione è nell’effetto dirompente che ebbe quel film sui sogni dei giovani degli anni novanta.

Il mito della Cool Britannia era all’apice e la vittoria dei three lions nella competizione europea sembrava coronare un dato di fatto. Del resto, Bobby Moore aveva alzato la Coppa Rimet a Wembley al culmine della British Invasion. L’idea che Adams fosse il suo erede rientrava pienamente nella ciclicità degli eventi. Gli inglesi diedero conforto a questa sensazione e travolsero i favoriti olandesi nell’ultima partita del girone. Le doppiette di Shearer e di Sheringham annientarono i tulipani e diedero la sensazione che la nazionale fosse più che predestinata. I quarti di finale contro la fortissima Spagna si giocarono nel leggendario stadio londinese in un clima di euforia che il campo non giustificò affatto. Le furie rosse dominarono a lungo, si videro negare almeno un penalty ma non riuscirono a sbloccare il risultato. Hierro prese la traversa dagli undici metri e Seaman divenne l’eroe del giorno parando l’ultimo rigore di Nadal.

Il fatto che la Germania fosse l’unico ostacolo tra l’Inghilterra e un’abbordabile finale contro la Repubblica Ceca venne preso come un ulteriore segnale del destino. La semifinale offriva la possibilità di lavare l’onta di quella di sei anni prima a Italia 90. Il Daily Mirror non si risparmiò di un sobrio titolo a tutta pagina ACHTUNG! SURRENDER! Shearer segnò immancabilmente al terzo minuto, quando a Wembley il sole non era ancora tramontato. Nessuno poteva immaginare che da quel momento in poi sarebbe andato tutto male. La serata più drammatica del calcio inglese ha sempre avuto un volto riconoscibile. La sconsolata espressione di Southgate che torna a centrocampo dopo essersi fatto parare il decisivo rigore ad oltranza.

Il cammino inglese fino alla semifinale di Russia 2018 ha una lunga lista di segnali che lo collegano ad Euro 1996. I tifosi che hanno ripreso l’inno di quella competizione e cantano Football’s Coming Home in tutte le occasioni. La Germania che è uscita al girone e non ha l’occasione di intromettersi e di confermare il teorema di Lineker (per la cronaca, il calcio è un gioco semplice in cui ventidue uomini corrono dietro al pallone per novanta minuti e alla fine vince la Germania). Tuttavia, la corrispondenza più interessante è la possibilità per Southgate di cancellare il suo passato. La sua carriera di calciatore è irrimediabilmente macchiata da quella maldestra conclusione da difensore respinta da Illgner. Per due decenni, è stato il comprimario che poteva cambiare il suo destino in un momento ma non ha fatto altro che confermarlo.

Southgate fu il meno colpevole di quella serata e chiunque abbia visto tutta la partita sa che fu solo una pedina di un risultato già scritto. Si era capito che l’Inghilterra sarebbe uscita dopo che il clamoroso palo di Anderton le negò il golden gol. L’incredibie tap-in mancato di Gascoigne a mezzo metro dalla linea di porta diede forza a dei presagi sempre più foschi. Tuttavia, il gregario del capitano Adams si rivelò un docile capro espiatorio per le rinnovate frustrazioni del calcio inglese. Il rapido declino del brit-pop e le promesse tradite del decennio labourista hanno un punto di partenza simbolico in quella goffa conclusione dal dischetto. Southgate ha approcciato questi mondiali con una punta di protagonismo che ribalta l’immagine che aveva sul campo. Il suo waistcoat è diventato una moda estiva tra i suoi connazionali.

La FA lo ha scelto dopo che la stagione del vecchio Hodgson aveva chiuso quella delle star internazionali come Eriksson e Capello. Una decisione normale dopo che quelle clamorose non avevano cambiato la storia perdente della nazionale inglese. Finalmente, la squadra dimostra sul campo il vantaggio di avere dei calciatori che giocano nel campionato più ricco e difficile del mondo. Il merito di Southgate in questa crescita è innegabile ma ancora non è sufficiente a dimenticare quella notte. La partita con la Croazia dirà se è arrivato il tempo di riabilitarsi e di entrare nella storia. Per gli inglesi, vincere il mondiale russo sarebbe un’inaspettata ed indiscutibile vittoria diplomatica. La guerra di spie e la corsa alle espulsioni hanno congelato le relazioni tra le due nazioni. Portare a casa la coppa direttamente da Mosca varrebbe molto di più dello scontato titolo di baronetto. Oppure, è solo uno scherzo del destino e il sogno di Southgate di riscrivere il suo passato si fermerà ancora una volta sul più bello.