Rutger Hauer: il poeta che sognava le pecore elettriche

Nell’immaginario collettivo Rutger Hauer ha già raggiunto l’ immortalità; basta guardare in giro i necrologi ed è un fiume in piena di raggi B, di lacrime nella pioggia, di bastioni di Orione e di porte di Tannhauser. L’interpretazione dell’androide Roy Batty in Blade Runner (1982) è qualcosa che rimane scolpita nella storia del cinema, una pietra miliare cui ha giovato non poco il plus-valore della sensibilità e della professionalità dell’attore olandese. Eppure il grande clamore suscitato dal capolavoro di Ridley Scott ha finito per oscurare in parte le tante sfumature del carattere di Rutger Hauer che aveva la non comune capacità di passare da ruoli diametralmente opposti (ad esempio il cavaliere romantico e lo psycho-killer) recando sempre la forte impronta della sua personalità.

Nato il 23 Gennaio del 1944 a Breukelen a sud di Amsterdam da Arend e Teunke, una coppia di attori, Rutger ha un’infanzia e adolescenza turbolente che lo portano a scontrarsi con le varie forme d’autorità (scolastica e militare). Gioca spesso con il fuoco (causerà l’incendio di un pagliaio), scrive poesie ed è appassionato di motori e di navigazione tanto da girare il mondo e imparare tante lingue. Dopo aver frequentato una scuola di recitazione e con una discreta esperienza teatrale alle spalle, nel 1969 fa il suo debutto nella serie televisiva Floris. Ma è il regista Paul Verhoeven che lo scopre e lo coinvolge nelle sue prime scandalose opere cinematografiche Fiore di carne (1973),  Kitty Tippel… quelle notti passate sulla strada (1975), Soldato d’Orange (1979) e Spetters (1980). Già in questi primi film Rutger Hauer mostra una grande maturità nel gestire personaggi complicati, sovversivi, provocatori, in rotta con il mondo circostante e letteralmente a nudo davanti alla macchina da presa. Il sesso e la violenza dei personaggi di Verhoeven nascondono sempre una sofferta lotta contro le imposizioni della società e una trasgressiva battaglia per la libertà.

Dopo la partecipazione al dramma sull’apertheid Il seme dell’odio (1975) di Ralph Nelson e  l’interessante esperienza con Andrè Delvaux in Donna tra cane e lupo (1979),  Rutger Hauer ha il suo debutto americano oscurando Sylvester Stallone nel film culto di Bruce Malmuth I falchi della notte (1981). L’interpretazione del cattivissimo Wulfgar viene notata da Ridley Scott che lo vuole nel suo Blade Runner per interpretare il capo dei replicanti Roy Batty. Qui Rutger Hauer supera davvero sé stesso modificando il personaggio dalla sceneggiatura originale e riscrivendo parte dei dialoghi e dei monologhi (incluso quello finale che è anche farina del suo sacco). Così ad un personaggio cupo e oscuro viene donata un’aura tragica e lirica che deriva dalla consapevolezza di avere una vita a termine, con la data di scadenza che pesa come una condanna. Anche se tutti ricordano il monologo finale di Roy con la colomba che fugge in cielo sotto una pioggia incessante, è nell’incontro con il Padre-creatore Tyrell che si rivela la grandezza attoriale di Hauer:

Quale sarebbe il tuo problema figliolo?”

“La Morte…Io voglio più vita padre…”

“La luce che arde con il doppio di splendore, brucia per metà tempo…non siete stati creati per durare…Godi più che puoi Roy…”

“Padre, ho fatto cose per le quali il Dio della Biomeccanica non ti farebbe entrare in Paradiso”.

Questo veloce scambio di battute rappresenta il fulcro poetico e lo snodo tematico del film. Il replicante Roy rivolgendosi al suo creatore Tyrrell pone il bisogno di eternità di fronte alla terminalità della sua condizione, ma colui che è creduto Dio creatore in realtà smaschera la sua vera natura di affarista, esortando Roy al Carpe Diem, sottolineando il discorso edonistico. Ma la poetica replica di Roy a Tyrrell è una sorta di lezione morale, e sottolinea i bisogni spirituali del replicante, non gli aspetti materialistici del business.

Dopo il successo mondiale di Blade Runner, partecipa ad Eureka (1983) di Nicolas Roeg, Osterman Weekend (1983), l’ultima sorprendente opera di Sam Peckinpah, e Il nido dell’aquila (1984) di Philippe Mora. Ma è in Ladyhawke (1985) di Richard Donner che l’attore olandese dà ancora una grande prova di sé imponendosi sul protagonista Matthew Broderick e regalando la romantica figura di Etienne Navarre con la sua storia d’amore impossibile con la bella Isabeau D’Anjou (Michelle Pfeiffer): uomo e lupo, donna e falco, convivono nella stessa persona ma solo il credere nei sogni porterà i due innamorati a riconoscersi. Dopo l’ultima collaborazione con Paul Verhoeven (L’amore e il sangue è del 1985),  regala un’altra perla con l’interpretazione del serial killer psicopatico John Ryder in The Hitcher. La lunga strada della paura (1986) di Robert Harmon. Il killer sembra essere ovunque e ha una mente diabolica che gli permette di anticipare le mosse e mettere nei guai il povero C. Thomas Howell, letteralmente terrorizzato dall’intensità e dal sadismo dell’avversario. Hauer dà anche prova di grandi abilità atletiche sostituendo gli stunt-men negli inseguimenti in autostrada e spezzandosi un dente in una delle scene finali. Da un killer mefistofelico assetato di sangue si passa con disinvoltura all’alcolizzato Andreas Kartack ne La leggenda del santo bevitore (1988) di Ermanno Olmi premiato a Venezia con il Leone d’oro. Qui l’attore riesce a fondere perfettamente la disperazione umana e la voglia di riscatto, con una interpretazione che tiene perfettamente in equilibrio comunicazione verbale e non verbale. La poesia delle piccole cose nasce proprio dalle persone dimenticate ed emarginate: lo straordinario può regalare alle complicate esistenze terrene un particolare stato di grazia.

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 Hauer è molto impegnato nella cinematografia di genere; anche se non tutti i film cui partecipa diventano indimenticabili, la sua presenza è comunque garanzia di qualità e professionalità: ricordiamo Furia cieca (1989) di Philip Noyce, Giochi di morte (1989) di David Webb Peoples, Sotto massima sorveglianza (1991) di Lewis Teague, Detective Stone (1992) di Tony Maylam, Buffy-L’ammazzavampiri (1992) di Fran Rubel Kuzui, 2049 – L’ultima frontiera (1996) di Philippe Mora e Omega Doom (1996) di Albert Pyun.

Negli anni 2000 viene coinvolto in importanti produzioni come Confessioni di una mente pericolosa (2002) di George Clooney e Sin City (2005) di Robert Rodriguez e Frank Miller. Ma è nell’interpretazione del perfido manager Bill Earle del Batman Begins (2005) di Christopher Nolan che Rutger Hauer rispolvera gli antichi splendori anticipando gli squali della new economy che metteranno in ginocchio il mondo nel 2008.

Nel corso del tempo  si dedica a progetti umanitari e organizza festival di cinema come I’ve Seen Films di Milano per la promozione della produzione indipendente. Regala ancora memorabili interpretazioni come ne I colori della passione (2011) di Lech Majewski e ne Il villaggio di cartone (2011) di Ermanno Olmi mostrando una crescente intensità drammatica e modellandosi secondo le esigenze autoriali.

Negli ultimi anni si moltiplica il suo impegno a favore dell’ambiente, degli animali, dei diritti umanitari, della campagna anti AIDS e continua a raccogliere premi alla carriera in tutto il mondo. Proprio nello scorso aprile aveva ribadito il suo appello ambientalista durante il Lucca Film Festival: in questa occasione aveva festeggiato i suoi 50 anni di cinema. Partecipa ad alcune serie televisive come Alias (2003) e True Blood (2013-14) ed è anche il protagonista dei videogiochi ispirati dai film da lui interpretati (Blade Runner, Batman Begins, Buffy The Vampire Slayer, Observer e Kingdom Hearts 3). Il nostro ultimo ricordo è uno splendido cameo nel riuscito The Sisters Brothers (2018) di Jacques Audiard.

Con il suo fisico statuario, con gli occhi che alternavano lampi freddi di lucidità e follia, Rutger Hauer ha imposto un modello attoriale che ha saputo ben amalgamare la poesia con la fredda razionalità, la preghiera laica con le pulsioni istintuali. Solo lui poteva essere in grado di commuovere interpretando un replicante, solo lui poteva farci credere che anche gli androidi potessero avere un’anima. E mentre Rutger/Roy parlava con l’anima sulle labbra, l’anima di improvviso gli sfuggì.