Ryan Coogler e la reticenza al glamour festivaliero
In un’intervista per il New York Times il regista ha parlato del suo complicato rapporto con i festival, mostrandosi più sensibile al cinema fatto “dai veri operai” oltre ogni red carpet o smoking
Per Ryan Coogler il cinema è una questione di artigianato, una manifattura di idee costruite con fatica e tanto olio di gomito. Lui che è nato e cresciuto a Oakland e all’arrivo ad Hollywood sponda Warner Bros. per Creed, si imponeva la freddezza del “giocatore di football universitario”.
“Non potevo lasciarmi coinvolgere come il ragazzo che sognava di arrivare ad Hollywood per fare film, ma pormi come il pastore professionista della mia storia” ha raccontato Coogler a Dikyle Buchanan nella ricca intervista pubblicata sul New York Times il 10 dicembre. Era l’indomani delle nomination ai Golden Globe 2026 con il suo Sinners pluricandidato (miglior film drammatico, miglior regista, miglior attore con Micheal B. Jordan, miglior risultato al botteghino, miglior sceneggiatura, colonna sonora e canzone originale), e già Coogler non voleva sentir parlare di riconoscimenti o facili elogi.
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Dopo lo sconfinamento del franchise Rocky in Creed e la nuova deriva del genere supereroistico in Black Panther, il cineasta di Oakland ha azzardato ancora di più con Sinners e il suo blues vampiresco; storia brutale di peccato senza redenzione e quel frastuono razziale a inondare i campi del Mississippi. “Con i miei collaboratori parlavamo di come questo film dovesse essere il più sexy che avessimo mai fatto, perché era carnale“, ha detto Coogler raccontando la genesi di Sinners (cui abbiamo dedicato un vasto Speciale). Ma il suo ultimo lavoro è soprattutto un (grande) film action, la voce fuori dal coro delle sale in crisi, forte del maggior incasso degli ultimi 15 anni tra i live-action, superato solo da Inception di Christopher Nolan.
Tra i primi passi a Los Angeles e la memoria del compianto Chadwick Boseman, amico e attore feticcio in Black Panther, Coogler si mette a nudo accennando anche al suo strambo rapporto con le cerimonie festivaliere. Come nel 2016, quando ha rispedito al mittente l’invito dell’Accademy a far parte della giuria degli Oscar. “Non l’ho fatto per ostilità – ha spiegato Coogler – ma non sono bravo a giudicare. Il fatto di dire ‘Ehi scegli la cosa migliore’ è molto stressante per me, anche quando non c’è alcuna posta in gioco”.
Poi, il cineasta non manca di menzionare la sua predilezione verso tutto ciò che sta dietro lo schermo della macchina-cinema, fuori dal frame dunque dal glamour: “La gente vede lo smoking, vede il tappeto rosso, ma sono i veri operai a realizzare questi film” ha confessato Coogler con lo stesso sentire popolare dei gemelli Moore in Sinners.
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Prima di lui, altri grandi nomi hanno snobbato la cerimonia degli Oscar, da Kubrick a Godard passando per Woody Allen, con quest’ultimo che ha ceduto alle lusinghe dell’Accademy solo nel 2002, quando pochi mesi dopo l’attentato alle Twin Towers, si esibì in un monologo dedicato alla sua New York.
“Penso che ciò che si vince con gli Oscar sia il favoritismo – disse Allen in un’intervista –perché le persone possono dire ‘il mio film preferito è Annie Hall’ ma in realtà viene fatto passare come Miglior Film. Io non penso che si possa dare un giudizio del genere, a meno che non si parli di atletica leggera, dove un tizio corre e vedi chiaramente che vince, allora va bene. Ho vinto qualche gara di atletica da ragazzo, ed è stato bello. Perché sapevo di essermelo meritato”.
Il pregio del cinema è misurabile come il vincitore e i vinti di una corsa cento metri? Viene da chiedersi davanti alle provocazioni di Allen o alle parole di Ryan Coogler che già nel 2021 nell’intervista per The Hollywood Reporter aveva detto: “Non credo nel fatto di dire ‘questo film non era abbastanza buono per entrare in questa lista’. Io doro i film…Per me, questo è sufficiente”
Intanto, il suo Sinners, dopo le sette candidature ai Golden Globe, sembra tra i titoli caldi dei bookmakers anche per la statuetta del 2026. Chissà se Coogler accetterebbe con fierezza gli onori dell’Accademy o se diserterebbe la cerimonia come Woody Allen nel 78, impegnato con la sua Jazz Band newyorkese la sera degli Oscar.























