SAN SEBASTIAN 55 – La vita interiore di Paul Auster

the inner life of martin frostPresentato fuori concorso al Festival di San Sebastian, dove Paul Auster è anche presidente della giuria, The Inner Life of Martin Frost, scritto originalmente per un progetto cinematografico mai realizzato e poi inserito nel Libro delle illusioni, è la storia di uno scrittore, Martin Frost (David Thewlis), che, in cerca di riposo, si ritira in una casa di campagna, ma, trovato un soggetto per un romanzo breve, si rimette subito al lavoro. Il giorno seguente Martin si sveglia accanto ad una donna affascinante e misteriosa, Sophie (Irene Jacob), l’incarnazione al limite tra il reale e la proiezione fantastica della sua musa, sotto la guida della quale Martin porta a compimento la sua opera più riuscita. Ma Martin non accetta che Sophie sia l’anima dell’opera stessa, destinata a scomparire una volta terminato il romanzo, e quindi distrugge il suo lavoro per regalare una consistenza reale alla sua musa. Paul Auster si pone ingombrantemente al centro del suo film, non solo si nasconde nell’immagine proiettata dal suo doppio, Martin Frost, ma, ritraendosi nella carrellata di alcune fotografie e prestando la sua voce all’autore invisibile che disegna i tratti del protagonista del film, si proietta anche come una presenza imprescindibile, impressa nello spazio del racconto che controlla saldamente le coordinate entro le quali si muove la narrazione. The Inner Life of Martin Frost è il tentativo non riuscito, perso in una ripetitività superficiale e poco originale, di penetrare in quel territorio sconosciuto e forse intraducibile, al limite tra il reale e l’immaginario, dove l’atto creativo, la musa ispiratrice, l’opera d’arte e il suo autore sono stretti in un rapporto intenso e misterioso, fatto allo stesso tempo di vita e di morte. Ma Paul Auster non riesce a plasmare questo spazio, non riesce a tradurre la visione letteraria nell’immagine cinematografica, non riesce a dar consistenza alla percezione dell’esperienza soggettiva del reale e alla proiezione del desiderio, non riesce a liberare la materia che descrive da una banalità e da una ripetitività che la spogliano di ogni magia; appesantendolo di citazioni, rende prigioniero il suo film di uno sterile e compiaciuto intellettualismo. In The Inner Life of Martin Frost si parla continuamente della natura ambigua del reale e dell’universo sospeso in uno spazio immaginario in cui si compie il processo creativo, ma la promessa di assistere a questo gioco di specchi – dove l’identità e la forma del percepito sfuggono ogni limitante definizione e rimangono in un territorio incerto, in cui è impossibile ed inutile distinguere tra l’immaginato e l’esperienza reale – rimane soltanto una dichiarazione d’intenti che lascia sullo schermo solo una forma vuota e non rende mai partecipe lo sguardo.