SAN SEBASTIAN 59 – “Americano”, di Mathieu Demy

americanoMarcel è sulla soglia dei quarant’anni, la sua è un’esistenza in fuga, come se fosse necessario trovare un riparo dalle emozioni e rimanere con gli occhi chiusi mentre la vita gli scivola addosso. Anche nella relazione sentimentale con la bellissima Chiara Mastroianni, Marcel è paralizzato dalla sua incapacità di andare avanti, di lasciarsi trasportare dai suoi sentimenti e si accontenta allora di un rapporto dove misurare la distanza diventa l’unico modo di mettersi al sicuro dalla vita. Fino alla morte della madre, cancellata dal presente eppure maledettamente imprescindibile. Marcel vola lontano, in un viaggio solitario, perché è impossibile dire agli altri la propria elaborazione del lutto e gridare al mondo quel vuoto che soffoca il cuore, mentre con il respiro forte ci si perde nella notte. E nella Los Angeles della sua infanzia, quella Los Angeles dimenticata con la furia disperata di chi continua a cancellare il passato per riuscire a sopravvivere, come se per liberarsi dal dolore e dalla rabbia bastasse sfigurare i luoghi della memoria e gettare via i ricordi di una vita scritti sulle pareti della casa della madre e nei suoi cassetti segreti, Marcel ritrova una fotografia che diventa la mappa segreta per riappropriarsi della propria storia. E finalmente andare avanti.
Americano è un film potente, squilibrato e imperfetto, eppure così intimo e intenso nell’attraversare un paesaggio interiore che si fa immagine. Un film di pancia e di cuore, narrato in prima persona, dove Mathieu Demy, due volte figlio d’arte, suo padre è Jacques Demy e sua madre Agnés Varda, va alla ricerca delle tracce di un bambino, il Marcel di quel Documenteur, girato dalla madre a Los Angeles e da lui interpretato, che racconta una storia, vera e falsa allo stesso tempo, di separazione e lontananza. E il piccolo Marcel/Mathieu di Documenteur incrocia il film, lo cinge e lo svia lacerandolo con l’irruzione del suo tema musicale e con quegli magnifici inserti che diventano lampi di un passato che non americano/documenteurpuò morire. Bisogna allora andare ancora più lontano, fino in Messico, alla ricerca di quell’eredità sentimentale lasciatagli dalla madre (e dal padre) che non ha mai conosciuto veramente, ma che è parte necessaria, scomoda e allo stesso tempo impossibile da cancellare, della propria identità. Ecco che tutto il dolore della perdita, delle occasioni mancate e dei rimorsi, viene liberato e Americano sterza violentemente fino a diventare un altro film. Il sentimento rappreso, controllato e rifiutato, come i dettagli della morte raccontati a Marcel da Geraldine Chaplin, esplode in tutta la sua violenza e trasfigura il paesaggio. Marcel si ritrova a vagare tra le strade maledette e le notti al neon di Tijuana alla ricerca di una misteriosa amica della madre e sua passata compagna di giochi, chiamata Lola in omaggio al cinema del padre. Mathieu Demy non ha paura di giocare con la metafora scoperta e la battaglia ingaggiata da Marcel con i suoi demoni interiori assume le forme allucinate e violente di una vera e propria discesa all’inferno, nel club a luci rosse dove la sensualissima Lola interpretata da Salma Hayek si fa inconsapevole traghettatrice di anime. Americano è una dichiarazione d’amore e allo stesso tempo un gesto liberatorio. Al suo primo lungometraggio, Mathieu Demy mette in gioco le sue emozioni, le sue paure e il suo senso di inadeguatezza, pur correndo il rischio di perdersi, e racconta il dolore che si prova davanti alla morte e il peso di quell’eredità, pesante come un macigno, con quale alla fine bisogna confrontarsi per ritrovare se stessi, per camminare con le proprie gambe, anche se fa terribilmente male.

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