Sandlines – The story of history, di Francis Alÿs

In concorso all’edizione 2020 del MedFilm Festival, il lungometraggio racconta l’ultimo secolo di storia dell’Iraq attraverso la rivisitazione interpretata dai bambini di un paesino di montagna

La via del cinema alla verità non ha quasi mai la dirittura della documentazione fattuale ma si serve di percorsi audiovisuali trasversali. Lo stesso concetto di univocità del reale può/deve essere frantumato dalla forme di un’arte intrinsecamente multidisciplinare per un’interpretazione che tende più alla sua rielaborazione semantica che alla precisione mimetica. Sembra questo il sostrato concettuale dietro la benedetta arditezza di Sandlines – The story of history, di Francis Alÿs in Concorso Ufficiale – Premio Amore & Psiche alla 26° edizione del MedFilm Festival dopo essere passato al Sundance Film Festival nella sezione New Frontier Films and Performances. Il sottotitolo The story of history è in questo senso lapalissiano: per demolire la fallace dimensione monadica della Storia si può scegliere una storia leggera, interpretata e messa in atto da chi ne ha ancora milioni da vivere. Nei sessantuno minuti di durata Sandlines sceglie di narrare l’ultimo secolo di storia del Paese principe della “polveriera mediorentale” attraverso la giocosa rielaborazione messa in atto dai bambini di Nerkzlia, un paesino di montagna nella provincia irachena di Nineveh, vicino Mosul. L’artista visuale Francis Alÿs, le cui opere negli anni passati sono state esposte anche alla Tate Modern di Londra e al MoMA di New York, porta quindi in questo suo lungometraggio una dimensione squisitamente performativa che sceglie di ingarbugliare ulteriormente la già complicata matassa del reale. E qui c’è subito la prima evidente provocazione perché oltre che anagraficamente inabili a un tale compito d’approfondimento i piccoli protagonisti del film, sperduti tra dune rocciose che hanno desolanti echi sublunari, non hanno mai sentito parlare di null’altro all’infuori della loro vita contadina, come esplicato nell’intervista d’apertura. Sono così le immagini dell’ancestrale potenza annichilente del deserto ad anticipare il senso della durezza del destino subito dal popolo iracheno. Terra d’elezione dell’ultima fase creativa del regista messicano coi suoi corti d’impegno umanitario, l’Iraq viene rievocato partendo dai più recenti avvenimenti, racchiusi per precisione tra l’accordo segreto Sykes-Picot firmato nel 1916 ed il regno di caos e terrore dello stato islamico del 2016. Alÿs sceglie per questa personalissima ed inusuale lezione di Storia una leggerezza che pencola tra poesia e fiaba.

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La prima sequenza parte infatti dall’incipit di tutte le favole del mondo per proseguire con la presentazione semi-mitologica del dramma iracheno, terra di funeste divisioni e ancor più esiziali invasioni: “C’era una volta/La Terra era per tutti/ ed ogni luogo era la Terra/Non c’era dentro o fuori/nessun qui e lì/nessun inizio e nessuna fine/”. Una presentazione fin troppo avulsa dal contesto socio-politico e così utopica che potrebbe essere uscita dalla penna di Pangloss, precettore di Candido, protagonista dell’eponimo capolavoro di Voltaire. Per fortuna però si scende subito nell’agone del reale e si prendono alcuni episodi significativi degli ultimi cento anni di Storia per farli letteralmente recitare dai piccoli abitanti del deserto. La lettura che si fa delle contraddizioni storiche dell’Iraq ha forse il solo difetto di apparire calata da un osservatore occidentale che sceglie di lavare i suoi innumerevoli peccati – le scene sulla spartizione del petrolio tra Francia e Gran Bretagna risultano pedissequamente didascaliche quanto non semplicistiche – immergendolo nell’indigena esenzione da colpa – la macchiettistica presentazione di King Faisal e Gertrude Bell, ridotti pure a pupazzi qualora non fosse passato il messaggio. É proprio quando sceglie la strada della nettezza che Sandlines – The story of history traballa nella sua ambizione. Quando invece, come fa per fortuna per quasi tutta la sua durata, s’avventura per i sentieri dell’umiltà filmica il film raggiunge gli esiti più felici, come per le surrealistiche sequenze incentrate su Saddam Hussein e i tre ragazzi che impersonano gli Stati Uniti d’America attraverso la trina figura di Captain America. Scegliendo di girare in luoghi così rappresentativi della parte più arcaica del Paese inoltre Sandlines – The story of history vuole e riesce ad essere anche perfetta fotografia ambientale della parte più dimenticata di una nazione polverizzata dagli appetiti esteri in quella che purtroppo è essenzialmente una banale “storia d’avarizia“. Dividere le popolazioni in base alle sfere d’influenza è esercizio vacuo quanto quello di tracciare una linea di confine nella sabbia, come fa lo sdentato Ali nella scena più evocativa del film. Qui Alÿs riprende la fortunata idea di una delle sue performance più celebri, The Green Line (2004) in cui aveva tracciato fisicamente lasciando colare della pittura verde la linea di separazione immaginaria che separa Gerusalemme Ovest da Gerusalemme Est. Anche nell’assolata e ventosa Iraq i confini vergati sulle mappe sono inconsistenti come tanta politica.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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