Sandrine Kiberlain, l’esaltazione della trasparenza

Attrice e regista poliedrica ma discreta, il recente ruolo nei panni di Sarah Bernhardt apre nuovi orizzonti sul suo sottile, ma straordinario apporto all’arte recitativa e al cinema francese.

-----------------------------------------------------------------
SCUOLA SENTIERI SELVAGGI: scopri le offerte last minute sui nostri percorsi professionali!

-------------------------------------------------

Donne fastidiose che non possiamo fare a meno di adorareCosì Sandrine Kiberlain, in un’intervista per Vanity Fair, descriveva Nelly di Catherine Deneuve in Le sauvage, o Pauline di Isabelle Adjani in Tout feu tout flammeispirazioni per il personaggio di Claire in Le parfum vertL’attrice e regista sembra aver fatto dello stesso mantra la sua missione salvifica. Dopo il passaggio de L’accident de piano alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma, ieri è approdato nelle sale italiane La divina di Francia. Sarah Bernhardt di Guillaume Nicloux, la sua più recente interpretazione nei panni della Diva francese, ennesima scelta mirata, ennesimo baluardo d’indipendenza.

-----------------------------------------------------------------
STORY EDITOR, corso online dal 20 gennaio 2026

-----------------------------------------------------------------

In fondo di parallelismi ce ne sono. Kiberlain è una leggenda del cinema contemporaneo in Francia, ma ha avuto indubbiamente meno risalto all’estero. E, soprattutto, entrambe condividono una vita all’insegna della libertà dai vincoli sociali, noncuranti delle rispettive, ma antiquate étiquettes: “Molte volte ho accettato ruoli nonostante tutti mi consigliassero di lasciar perdere. Sto cercando di lasciarmi andare, di non pensare alle conseguenze, a quello che diranno gli altri. Io istintivamente ho scelto di non seguire la scia, preferisco sorprendere e sorprendermi.” 

Suo padre era autore di teatro, suo nonno musicista e sua nonna attrice. La sua espressività limpida e sincera, ma al contempo frizzante e dispettosa non l’ha mai tradita: in lei si riesce a percepire la volontà di esaltare l’arte recitativa, di innalzarla a protagonista indiscussa dello sforzo creativo, sia davanti che dietro la camera. Ma in quella passione si nasconde un bisogno sempiterno, caratterizzante: “Da bambina non sapevo bene chi fossi. Il desiderio di voler fingere di essere qualcun altro arriva da lì, dal sentirmi indefinita. Potevo riempire quel vuoto, rimediare al fatto di sentirmi in qualche modo trasparente”. Anche in questo si ritrova un’affinità lampante con Sarah Bernhardt, che ha interpretato i suoi personaggi con doverosa sfacciataggine, ma soprattutto con profondo rispetto per la vita e il sentire di ognuno di essi.

----------------------------
Corso online CRITICA CINEMATOGRAFICA LAB, dal 15 gennaio

----------------------------

Dunque è con questo bisogno che l’attrice muove i primi passi. Dopo essersi diplomata al Conservatorio nazionale di arti drammatiche, ottiene la prima nomination ai César per un piccolo ruolo in Les patriotes di Éric Rochant. Grazie a ciò ha modo di avvicinarsi alla giovane autrice Laetitia Masson, con cui dà il via a una liaison artistica (À vendre, Love Me) e che le offre il primo ruolo da protagonista in En avoir (ou pas) nel 1995. Girato adottando uno stile glaciale, diretto, e scritto con altrettanta naturalezza, il film è una rampa di lancio per la presenza schietta, senza fronzoli di Kiberlain, che le vale il primo César della carriera. Crescendo sia come interprete che come persona, appare evidente una traiettoria più personale, talvolta politica nella sua carriera.

Proprio in questi anni prende piede quello che diventerà un lungo contatto con le sue radici ebraiche, attraverso il ruolo di Yvette, figlia di un leader della Resistenza in Un héros très discret di Jacques Audiard. Rapidamente, il suo diventa uno dei volti principali della comédie francese grazie ai ruoli in Le septième ciel di Benoît Jacquot (con il suo compagno d’allora Vincent Lindon), Tout va bien, on s’en va di Claude Mouriéras (in cui è figlia di Michel Piccoli) e Après vous di Pierre Salvadori. Le sue scelte si fanno sempre più mirate, fino ad arrivare a Mademoiselle Chambon di Stéphane Brizé nel 2009, la consacrazione: un ruolo maturo, fatto di piccoli gesti – un’occhiata, un sorriso ironico, uno sguardo desideroso – per comunicare il tormento con usuali grazia e sincerità. Nel 2013 vince il suo secondo César per 9 mois ferme e nel 2014 entra, magari troppo tardi, nell’universo di Alain Resnais, forse mai così spoglio filmicamente e così ingegnosamente teatrale, nel suo ultimo film Aimer, boire et chanter.

Nel 2021, con il suo debutto da regista di lungometraggi Une jeune fille qui va bien, si ritrovano le diverse anime di Kiberlain, finalmente in dialogo coeso. Il contesto è la Francia occupata durante la Seconda Guerra Mondiale: indubbiamente, si tratta della storia di Irène, un’aspirante attrice dal fare, anche qui, spumeggiante e irriverente, che deve confrontarsi con difficoltà sia emotive che lavorative. Ma è anche un palcoscenico libero per la protagonista (interpretata da Rebecca Marder, qui non dissimile per vitalità all’altra straordinaria Iréne del cinema francese) e i giovani colleghi, un laboratorio attoriale che trasuda amore per la creazione artistica, per l’immedesimazione, una fuga-sogno da una realtà incontrollabile, a cui forse solo Cassavetes era arrivato con tale solennità. È la coronazione di un percorso silenzioso, personale, ma nei fatti travolgente all’interno dell’arte interpretativa, carico della leggerezza che ha sempre contraddistinto le sue performance. Nel film si scorge anche la passione atavica di Kiberlain, il teatro, e il legame con Marivaux (che probabilmente risale ai tempi di False servant di Jacquot, all’inizio del nuovo millennio).

Come afferma Kiberlain stessa, il film non è autobiografico: “Anche se non è per nulla un film sulla mia famiglia, mi sono un po’ ispirata ai racconti di una delle mie nonne.” Eppure, prosegue, “siccome scrivere significa sempre parlare anche di sé, mi è venuto naturale immaginare che Irene, la protagonista, abbia la passione del teatro e della recitazione.” È dietro la camera, quindi, che l’attrice ci offre gli scorci più ampi sulla sua persona, forse perchè non deve rendere conto alla trasparenza con la quale sembra aver avuto un debito da sempre, croce e delizia. Se non è un film autobiografico, è per lo meno una dovuta lettera d’amore a sé stessa. A distanza di qualche anno, Sarah Bernhardt ha tutti i presupposti per essere la sua chance di imporsi, seppur con eleganza e tatto, e insieme di tornare a esplorare le sue radici. Esiste modo più calzante per la sensibile, trasparente, impavida Kiberlain, se non il confronto diretto con la monstre sacré del cinema francese?

----------------------------
A.I. per SCENEGGIATURA, dal 26 gennaio 2026

----------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative


    -----------------------------------------------------------------
    UNICINEMA scarica la Guida della Quadriennale/Triennale di Sentieri Selvaggi


    -----------------------------------------------------------------