"Sarei felice se il pubblico, dopo il film, si sentisse confuso." Incontro con Takeshi Kitano

Fumando sigarette bianche di provenienza giapponese, Takeshi Kitano parla di se e del suo cinema sfuggendo le etichette usurate della critica. Emerge la sua personalità di artista contemporaneo che prova a sfondare le nostre occludenti pareti logiche e a dialogare con l'inconscio.

L'incontro al Lido con Takeshi Kitano (presenti due italiani, due americani, un greco) rivela tutta l'incapacità di noi occidentali (primo chi scrive) di affrontare un'opera al di là della nostra logica imperialista. Sicuramente "Beat" Takeshi aveva già affrontato svariate volte quella "critica" che lo osanna mentre cerca di asservirlo ai propri concetti di Storia, Arte, Autore e via dicendo e si difende con ironia e intelligenza, senza mai sviare le domande ma usando le risposte per mettere in luce la nostra incapacità di analizzare un film, Dolls, che prova ad allontanare l'occidentalismo al pari del suo autore, che rifiuta di esprimersi in qualsiasi lingua che non sia la sua.

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Ne vengono fuori una cinquantina di minuti in cui emergono le innumerevoli inflessioni dell'inglese filtrate da quella "giapponese" di un giovane dai capelli ossigenati simile ad un personaggio dell'ultimo Fruit Chan. Ciò che rimane impresso maggiormente non può essere trasformato in parole, sono le mimiche, i ghigni e le risate di un Kitano più che mai "Beat" Takeshi.

 

Le bambole sono uomini appena morti che ripercorrono gli eventi della propria vita? E Cosa deve comunicare al pubblico la trasformazione in "dolls" dei corpi alla fine del film?

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Inizialmente avevo intenzione di catturare i colori che sono nel film. Poi, andando avanti, ho sentito inconsciamente il bisogno di legare questi colori a storie tragiche e allora sono emerse le bambole del teatro bunraku, mi sono accorto che si legavano bene con i colori che volevo catturare. Se il pubblico avverte il trapasso tra le bambole e i personaggi, ho raggiunto il mio scopo perché le immagini di questo film mettono in mostra le caratteristiche umane delle bambole e il carattere di "dolls" nell'essere umano. Non c'è una chiave di lettura precisa, le bambole che compaiono all'inizio e alla fine possono far pensare che il resto sia una proiezione del futuro, come un flashback oppure che è ciò che si è raccontato sul palcoscenico.


 


E' evidente il riferimento al teatro bunraku, ma sembra che nel film ci siano riferimenti alla tragedia classica: la morte, l'amore, la speranza e così via…


Non conosco la mitologia greca, né ho mai letto le tragedie. Conosco un po' di più Shakespeare, ma in realtà penso che si trovino nella mitologia dell'antica Cina, della Corea o della Francia. Gli uomini possono differenziarsi per la struttura della società o per il sistema economico ma quando parliamo di morte o di inconscio sono simili ovunque. Penso che il mio film sia una storia universale.


 


La scelta di inserire nel film riferimenti alla tradizione del teatro giapponese, di intrecciare quattro storie, crea un senso di spaesamento. Ciò era voluto e, inoltre, ci sono dei simboli legati al numero 4?


Quando ho scelto di mettere del teatro orientale nel film l'ho fatto per provare a sfondare i vostri cervelli. Provocare confusione mentre si va altrove lungo le spirali della memoria e dell'inconscio. Sarei felice se il pubblico, dopo il film, si sentisse confuso. Per quanto riguarda il numero quattro, questo in Giappone ha un suono uguale alla parola morte (sci).


 


Dolls può essere letto come la battaglia emozionale all'interno dell'uomo, burattino nelle mani di dio, tra il destino che gli è stato assegnato e la sua volontà?


Non so se credo veramente al destino, anche se nella mia vita sono successe cose che mi ci hanno fatto riflettere. Ad esempio, quando ero giovane, andavo a scuola e pensavo di fare una vita normale nella società giapponese, poi per alcune ragioni, passai dal college a fare l'attore comico; e non avevo mai preso in considerazione l'idea di diventare un comico. Poi accidentalmente ho iniziato a fare l'attore in alcuni film, altra cosa a cui non avevo mai pensato, e dopo pochi anni, ancora accidentalmente, mi sono ritrovato ad essere un filmmaker. Lo so, è strano da credere, ma io non ho mai provato a diventare una di queste cose, è accaduto senza una ragione ben precisa.

E per quanto riguarda lo scontro tra volontà superiore e uomo, siamo burattini?


Non lo so se questo scontro dipenda da un dio. Sicuramente c'è una lotta in me regista, quando filmo, tra ciò che vorrei fare e ciò che viene fuori.


 


Nei suoi film l'uomo conserva le sue caratteristiche propriamente umane e queste guidano il suo sguardo sul mondo e sui concetti di vita e di morte. Come si pone verso il concetto di immortalità?


Quando ho avuto l'incidente con la moto e sono stato ricoverato, ho pensato molto alla domanda che è nella testa di tutti, soprattutto dei più giovani:che cos'è la morte? Subito dopo il ricovero ho scritto una storia in cui si parlava di persone che provano a sfuggire il loro crudele destino che contrastava con il loro sentimento di eternità, ed ho provato a renderlo visibile con Hana bi. Ma questo non mi ha reso meno triste né mi ha dato nuove conoscenze. Oggi quando sono triste e abbattuto l'unica cosa che mi rispondo è che tutti muoiono. Anche tu devi morire, mi dico, tutti muoiono.


 


Qual è un pittore che senti vicino? Sicuramente c'è qualcuno che ami…non so, Monet…


Mi piace molto la pittura e amo moltissimi pittori. Ammiro molto Picasso che ha provato a mettere la tridimensionalità del mondo nella bidimensionalità del quadro. Mi piacerebbe portare la tecnica del cubismo nei film e ad un certo punto della lavorazione di Dolls avevo intenzione di mettere i vari pezzi nel computer e montarli a caso, ma poi ho ricominciato a rimetterli uno a uno. Forse in seguito ci riproverò, anche se non credo che il mio produttore sia molto d'accordo. Comunque se proprio devo fare il nome di un pittore dico Chagall.


 


E con uno scrittore come Mishima, che si sofferma molto sulla violenza e sulla morte nel Giappone del dopoguerra, senti una certa vicinanza?


Non proprio, preferisco scrittori che parlano di gente comune impazzita per il nuovo stile di vita che è stato imposto al Giappone dopo la guerra. Quando filmo quello stesso paese preferisco essere più un amico di questa gente che un fratello intellettuale come Mishima.


 


I tuoi film hanno più successo in Europa che in Giappone. Quando li prepari a quale pubblico pensi maggiormente?


Mi piace pensare che quando progetto un film la priorità è che io debba divertire me stesso. Io sono la mia prima audience. Quando penso al pubblico, occidentale o giapponese, so che ci sono persone che hanno le stesse cose nella loro mente e io cerco un contatto diretto con il loro inconscio e loro lato emozionale; questo è ciò che voglio e che mi interessa di più, non che sia considerato bello o brutto. Certo sarò contento se Dolls avrà un ritorno in termini numerico di pubblico, è anche molto importante finanziariamente. 


 

Cosa ha significato nella poetica di Kitano fare un film come Dolls, che scende nel profondo della cultura giapponese e rappresenta la morte, conseguenza della violenza, dopo aver girato in America Brother, dove protagonista è la violenza?


Non c'è un motivo ben preciso, potrei dirne tanti. Farmi una domanda così  equivale a chiedere perché hai pensato Dolls dopo Brother, mi viene in mente la scena in cui un tipo che è stato ucciso va sottoterra e un altro gli chiede perché sei stato ucciso, "per incontrarti!", risponde.


 


Quando eri un teenager quali film hai visto?


Non sono mai stato un cinefilo. Mi ricordo di aver visto la biografia di un maestro di arti marziali e poi un film italiano, Il ferroviere di Pietro Germi. Quando ero un po' più grande la Fontana della vergine di Bergman e, in tutti quegli anni, un sacco di porno.


 


E degli altri registi giapponesi contemporanei cosa pensi?


Non mi interesso a loro.


 


Qual'è l'arte che ti risulta più misteriosa?


 Sono rimasto molto affascinato da uno spettacolo di Pina Bauch.


 


Cosa cambia per un regista l'invenzione del DVD e la conseguente possibilità dello spettatore di poter interagire in modo più diretto con il film, magari anche cambiando l'ordine delle sequenze? 


La tecnologia ci può dare un aiuto molto importante ma non penso a questo quando faccio un film. Non credo, inoltre, che gli amanti della nuova tecnologia trovino molto interessanti i miei film, ma a me non interessa cosa ne fanno con i loro strumenti.

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