SCHEGGE DI GHEZZI: LA PERCEZIONE SPETTATORIALE E' TESTIMONE DI “ANARCHIVISMO”

Alla scuola di cinema Sentieri Selvaggi di Roma, uno speciale incontro con il critico cinematografico italiano creatore di spazi cinefili televisivi a partire dalla fine degli anni'80: l'ospite è Enrico Ghezzi.

 

Un flusso continuo di pensieri, di associazioni libere che confluiscono in un approfondimento cinefilo e televisivo, passando per l'enunciazione di considerazioni sui programmi colonna portante di Rai3, a partire dal notturno Schegge. Il programma, attivo dal 1988 fino al 1995, affonda le radici in un'idea di cinema da far passare ruvidamente in televisione. Schegge si presenta scisso in due macro aree: da una parte la frammentazione che prevede un circolo continuo di immagini, l'idea stessa di circolo risultava originale perché mai proposta sul piccolo schermo, dall'altra l'esigenza di attribuire un significato intrinseco al flusso di immagini, scovando ed enunciando “il simile nel dissimile” e viceversa. Il motore che può innescarsi e far sì che possano essere unite delle immagini è la percezione che lo spettatore ha di esse, i punti di collegamento che lo spettatore individua nel sacro momento della visione. Ghezzi schematizza “Nessuno mai aveva avuto l'idea di concretizzare un programma come Schegge perché era difficile entrare in possesso di imponente materiale filmico riguardo eventi catastrofici mondiali (guerre ecc…), ma soprattutto perché non era considerata un'operazione che potesse avere un seguito”, e invece Schegge prende possesso degli schermi televisivi notturni per oltre 5 anni.

 

La ripetizione è il cardine, la trave portante del programma, arrivando ad enunciare il principio di “anarchivismo”, neologismo che indica sia la volontà di archiviare, ponendo l'accento sull'organizzazione di materiale in modo ordinato, sia l'anarchia, il desiderio primordiale di far confluire le immagini in un flusso continuo ed infinito che abbia come cornice lo schermo televisivo. Non si possono offrire informazioni precise riguardo il materiale da cui sono tratte le immagini perché non si vuole ridurre le immagini a “mere cose”, non si vuole distogliere l'attenzione dal contenuto audiovisivo. “Per capire un'immagine è molto meglio rimanerne disorientati, è meglio cercare di complicare la chiarezza propria dell'immagine”.

 

E allora lo spettatore si immerge nel vortice di immagini, ma non compie un giro a vuoto, come accade invece al protagonista di Cronaca di un assassino (1961) di Allan Baron, il film di apertura dell'incontro. In questo "noir senza tempo, con spinta su momenti grotteschi, un film vitale con una sua musica e sue immagini, scabro e compiaciuto di questa scabrezza", siamo testimoni di un giro a vuoto, dove Frankie Bono, un assassino di professione, non si arricchisce mai e rimane perennemente nel suo status di loser, fino al fatale epilogo. Lo spettatore di Schegge non rimane vittima delle immagini ma, analizzando criticamente il circolo infinito di momenti proposti, percepisce la ripetizione di quegli accadimenti, enunciandone il senso implicito.