Sciatunostro, di Leandro Picarella
Non solo una delicata storia di amicizia, ma un racconto di partenze e di abbandoni. Un film profondamente “meridiano”, in cui non c’è nessuna forzatura intellettuale. #RoFF20. Progressive cinema
Ettore e Giovanni sono amici per la pelle. E per due ragazzini, a Linosa, l’estate è un’avventura continua. Ogni cosa è una scoperta. Le giornate al mare, la pesca, le gite in barca, le corse in bicicletta, in giro per la campagna arsa dal sole, tra posti abbandonati, casematte, anfratti dove fanno i nidi gli uccelli… Ma questa è un’estate diversa dal solito, dal sapore un po’ amaro. Perché i genitori di Ettore hanno deciso di trasferirsi da settembre ad Agrigento, anche per garantire studi migliori al figlio. Ed è uno dei momenti più toccanti di Sciatunostro la scena in cui viene comunicata la decisione a Ettore, che, in primo piano, si ferma all’improvviso, non dice nulla e guarda la mamma in silenzio. Il silenzio di chi ha capito. Non sarà più la stessa cosa. Sì, i due ragazzi potranno ancora vedersi, passare le estati insieme sull’isola. E certo, non verrà meno la loro amicizia, che, come tutte le cose vere, va coltivata con il “cuore”. “Nessuno ti potrà sostituire”, dice Ettore a Giovannino: non si tratta di una consolazione, è una promessa indubitabile. Eppure, qualcosa si è irrimediabilmente lacerato. Si è consumato il lutto dell’innocenza. La prima, dolorosa percezione di quanto sia inevitabile, in questa vita, fare i conti con la distanza, le direzioni che si separano, le partenze, i saluti, gli arrivederci e gli addii, le infinite, piccole, grandi linee d’ombra. In una parola, con il tempo che passa.
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Parla la lingua della nostalgia, Sciatunostro. Ma non è semplicemente (semmai possa essere semplice…) una delicata storia di amicizia e di formazione. Il nuovo film di Leandro Picarella è, ancor più in generale, un racconto di partenze e di abbandoni. Che riguarda innanzitutto il destino degli abitanti dell’isola di Linosa, una terra nivura di fatica, di speranze abbandonate, di inverni cupi e nuvole cariche di pioggia, di solitudini silenziose. Al di là delle meraviglie del mare e della natura, delle illusioni del turismo. Perché le barche che si affollano sulla costa, tra le birre giacchiate e la musica a tutto volume, i tuffi e i giochi, le musiche in piazza la sera, raccontano solo una parte della verità e non necessariamente la più profonda. I turisti, per definizione, sono destinati a ripartire. E soprattutto “non muoiono mai”, come avrebbe detto qualcuno. Ma dietro le facciate riverniciate per la stagione, c’è ben altro. Non è un caso che i luoghi attraversati da Ettore e Giovanni siano in buona parte “resti”, case dismesse, ruderi di edifici o di depositi, sbarre di cancello aperte sul nulla, piscine vuote, col fango sul fondo. E campi brulli, polvere sui sentieri. Sì, Sciatunostro è un film profondamente “isolano”, perché racconta un senso di lontananza e di estraneità. Ma soprattutto è profondamente “meridiano”, perché mostra lo spopolamento e lo sradicamento, il disperdersi delle trame collettive, il dolore di quelli che vanno via e la disillusione di chi resta, gente che si riconosce nella sostanza della terra, eppure non riesce più a vedersi.
Il tempo che “non torna più”, come canta Fiorella Mannoia, è, innanzitutto, quello di un luogo e dei suoi abitanti. Per questo, nel dettare il ritmo del film, ha un ruolo fondamentale Pino Sorrentino, con i suoi video amatoriali. Una quantità infinita di riprese realizzate dalla fine degli anni ’70 in poi, nei formati più disparati, VHS, MiniDV, fino al digitale in 4k. Immagini in cui si è stratificata la memoria degli ultimi quarant’anni dell’isola, nel lento e inesorabile alternarsi delle stagioni. E Leandro Picarella mette mano a questo imponente archivio, per farlo dialogare con la vicenda dei suoi “piccoli” protagonisti, per includere il frammento di una storia particolare in più ampio e profondo sistema di risonanze. Sembrano due movimenti scollegati, eppure non fanno che parlarsi, dapprima in maniera sottile, silenziosa. Poi, in modo più esplicito, dall’istante in cui Giovanni tocca la spalla di Pino e raccoglie il suo “testimone”. Ed è il momento più struggente del film. Picarella sa che la verità più faticosa è soprattutto quella chi resta. Per questo, sceglie di non seguire Ettore sulla terraferma. Decide di stare con Giovannino nell’ultima parte del film, di accompagnarlo nei suoi giorni sempre uguali, nella sua tenace e malinconica quotidianità senza l’amico del cuore, nell’attesa del ritorno.
Ma la cosa più interessante è che in tutto il discorso Sciatunostro non c’è nessuna forzatura intellettuale e teorica. Tutto avviene nella maniera più immediata, viscerale, con un’ingenuità quasi sfacciata. Che sia un’immagine di archivio o una canzone, nulla è lì per mostrare il suo “valore”, affermare il suo senso e la sua logica, ma come pure e semplice presenza, nella densità della sua carica emotiva e sentimentale. Sembra esser venuto meno anche quell’aspetto “mistico”, spirituale, che è tanta parte del cinema di Picarella. Sebbene per dei ragazzini ogni luogo si apra su una porta magica. Eppure è un cinema che sembra aver raggiunto il silenzio della mente, di essersi liberato dell’affanno e del caos dei pensieri, per puntare dritto al cuore. Per disporsi in un’infinita apertura e lasciarsi attraversare dalla vita.






















