SCONFINAMENTI – Il gatto di Andrea

Andrea PazienzaHo un mucchio di materiali su Andrea Pazienza. Anche un cd rom – che deve essere da qualche parte, anche se ora non lo trovo. Ho anche cose in video – poi basta andare su youtube per farci amicizia.

Forse è un po' troppo per un unico articolo. E, come se non bastasse, c'è sempre lo stesso problema: di lui sono state dette un mare di cose – tutte più o meno ripetono lo stesso refrain: genio maledetto, talento mostruoso, spirito visionario, capacità straordinarie.

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A me quello che fa più rabbia – della sua morte, intendo – è che era veramente uno talmente bravo che è impossibile starci dietro – criticamente, intendo.

E un po' mi fanno ridere tutti quelli che hanno tentato di accostarglisi proprio giocando questo ruolo infelice del nano che si strofina, come un gatto, contro le gambe del gigante.

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Andrea Pazienza è del '56, Massimo Troisi del '53. Li associo quasi involontariamente, giusto per ricordare a me stesso cosa intendo per "genio". Perché, di geni, in vita mia, ne ho incontrati ben pochi, solo che – posso dirlo? – proprio te ne accorgi che appartengono a un'altra razza. Non hai bisogno manco di parlarci. È il suono della voce, le movenze, l'articolazione del discorso.

Andrea PazienzaEcco, sì, l'articolazione del discorso. Ti sembra proprio che parlino modulando il linguaggio secondo ritmiche sconosciute ai più. Per questo, quando penso ad Andrea Pazienza, "stranamente", mi viene spontaneo ricordare quella che era la sceneggiatura che stava dentro ai suoi disegni, ai suoi fumetti.

Certo, mi stupisce e m'incanta vederlo disegnare. Mi viene da chiedermi com'è fatto il suo cervello, quali sono i legami sinaptici capaci di realizzare una simile meraviglia – cosa vedeva il suo sguardo, in quello spazio che per me era semplicemente, evidentemente vuoto?

Ma, a parte questo, lo ripeto, ciò che mi ha sempre affascinato – proprio per i miei interessi che sono legati al discorso e alla scrittura – sono state le composizioni verbali di uno che, evidentemente, disegnava e, quasi, nascondeva l'altra abilità,  facendola scivolare sotto il flusso inarrestabile che le sue immagini garantivano.

Ora, se prendo un altro dei miei autori preferiti – scegliete pure, liberamente – mi rimane questa cosa inespressa – perché  mi piacerebbe confrontarmi – che riguarda proprio la parte verbale e strutturale del fumetto.

Adoro Enki Bilal e Moebius, Manara, Toppi, Crepax, Pratt (e anche tutti gli altri, quelli che hanno lavorato seriamente sulla serialità) ma nessuno (oddio, mi odierete), nessuno riesce a impressionarmi per la capacità di costruire dialoghi e testi intensi, poetici, ironici, comici, cattivissimi, come sono quelli creati da Pazienza.

Questo mi fa venire in mente un'idea che, tempo fa, mi prese quando Alberto Abruzzese e un manipolo di suoi ex-alunni buttò giù l'ipotesi di costruire una serialità attorno a uno dei grandi fumetti italiani: puntarono, credo piuttosto decisi, su Tex Willer che, in qualche modo, metteva assieme interessi internazionali con creatività locale. L'idea era, forse, quella di abbordare un immaginario che gli spaghetti-western avevano messo in gioco negli anni Sessanta e Settanta. Tex e il Signore degli Abissi uscì nel 1985: l'idea di farne un serial venne immediatamente abbandonata perché il film non piacque a nessuno, nemmeno a Bonelli che ci aveva comunque partecipato sia quale sceneggiatore che, addirittura, come attore. Fatto sta che, all'epoca, se avessi potuto dire la mia, avrei indicato ben altro personaggio capace di garantire tenuta e tensione: Zanardi era e resta, per me, un personaggio perfetto per questo tipo di storie. La sua astuzia, la sua cattiveria, il gruppo di amici che riunisce, la perversione di cui è capace, lo rendono un personaggio che, a ben pensarci, nessun produttore italiano avrebbe mai apprezzato – perché troppo coriaceo, complesso, anomalo. Ma altre menti, altri spiriti creativi avrebbero potuto trarne proficue ispirazioni, gente capace di utilizzare e sfruttare cinematograficamente personaggi anomali, tra Batman e Dottor House, interessati a sperimentare altre vie del racconto – vie che, senza essere autoriali, pure sono capaci di mettere in moto desideri e percorsi degli spettatori, dei lettori.

manifesto La città delle donne di Andrea PazienzaForse non era tempo. Non era ancora tempo. Ma, ora che il tempo è venuto, mi chiedo se ci sono sguardi capaci di recuperare storie e personaggi così potenti, così carismatici. La speranza è che quello che non ha voluto fare il cinema (mi perdonino coloro che pure si sono ispirati a Pazienza senza, però, cogliere i meccanismi più estremi), non ha saputo e potuto fare la televisione, magari sia il web a praticarlo.

Certo, il fumetto, ora, tira poco. E le nuove generazioni per lo più ne vengono sfiorate: ma i geniacci venticinquenni pure potrebbero fare uno sforzo – perché è a loro che sto pensando, è a loro che faccio riferimento. E mi chiedo se gente come i Jackal o Canesecco non possano trarre gustoso nutrimento da un geniaccio che li ha semplicemente preceduti di qualche generazione.

Mi fermo qui. Ho forse detto troppo per un mezzo così  veloce – vedete? mi porto dentro i ritmi lenti della carta, ma tant'è…

Ma mi perseguita l'immagine di un gatto, un gatto perfetto, un gatto che non son stato capace di trovare nel web forse per incapacità o perché non sono un nativo digitale, non appartengo alla generazione multi tasking: quel gatto che Andrea ha disegnato che avrà avuto tre anni o giù di lì, un gatto che ancora miagola nella mia testa e che mi racconta d'una magia che appartiene a certi uomini che non riesco più a ritrovare, che non sono capace più di definire…

 

 

ANDREA PAZIENZA IN UN'INTERVISTA DEL 1987

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ANDREA PAZIENZA MENTRE DISEGNA

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LE CREAZIONI DI ANDREA PAZIENZA

 

 

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